Don Nicolino SbisÓ, la musica in Gazzetta

mercoledý 25 settembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

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Ti capitava di incontrarlo e di vederlo mimare una bacchetta d’orchestra e canticchiare un brano classico famoso. Ché questo era Nicola Sbisà: la musica. E’ probabile che se ne sia andato così, a 85 anni. Chi frequenta i teatri può dire a memoria d’uomo che non ha mai mancato un concerto che doveva recensire. E questo nonostante un lavoro serale e notturno che fa vivere a rovescio. Segno di grande serietà anzitutto personale. Ma anche di una passione che in lui si faceva sempre emozione e di un amore che in lui si faceva sempre stupore. Benché per il giornale sia stato la firma per cinquant’anni non per due. Per lui però un Mozart o un Bach o uno Chopin erano sempre il primo giorno.

 Non fosse stato così, non avrebbe avuto un uso così frequente degli esclamativi nei suoi articoli. L’incanto. Né avrebbe rischiato ad andare senza mai un taccuino per gli appunti. Inutile, visto che non c’era volta che non conoscesse a memoria il programma nota per nota. E visto che di ogni esecuzione ne sapeva più dell’esecutore. Del resto, bastava compulsarlo come una sorta di oracolo di Delphi. Allora, don Nicolino?, come lo chiamavamo per cameratismo spontaneo e giammai per deferenza richiesta. Tanto che, quell’ultimo posto dove si sedeva di regola, era sempre un capannello di appassionati che gli chiedevano vita morte e miracoli di ogni spartito. Ultimo posto che era fra l’altro un trucco del mestiere: di lì un violino o un piano si sentono meglio.

 Così Nicola era diventato amico dei più grandi compositori. Così aveva girato il mondo ogni volta possibile da Venezia a Charleston. Senza disdegnare neanche un Sanremo come una serie B. Scegliendo di fare le ferie ogni anno, ogni anno, al Festival dei Due Mondi di Spoleto invece di andarsene a prendere il sole su qualche spiaggia. Perché si fa presto a sbrigarsela definendolo soltanto critico musicale. Piuttosto uno di quegli intellettuali eclettici ottocenteschi (lui sa che non è una offesa) che racchiudevano in loro ogni curiosità e ogni voglia culturale. Come l’altra sua competenza per il balletto, che non è che sia automatica per chiunque si occupi di Re Maggiore.

 Solo così si spiega un altro suo interesse che sembra c’entrare con la musica come un Berlusconi in un convento. La gastronomia, vivaddio. Scherzava dicendo di passare da un Requiem a un tiramisù. Lui che, occorre premetterlo, a furia di assaggiare per dovere di giuria non è che ballonzolasse gonfio come una mongolfiera. E l’enologia, lui che, se non era astemio, di sicuro non era un santo bevitore. Ma anche qui tanto disinteressato quanto competente, come sempre tutto maturato sul campo e nelle accademie dei <bon vivant> quanto sui libri. Libri (anche da lui scritti) e buone letture evidenti ogni volta che il rischio della banalità del chiacchiericcio era da lui spazzato con un eloquio magnetico e affascinante.

 Può sembrare tutto questo il rituale compiacente commosso ricordo di chi non c’è più. E’ solo una piccola foto di un personaggio a tutto tondo che ha lasciato tanto al non sempre attento mondo che lo ha circondato. Lui troppo (troppo) schivo. Ha fatto crescere centinaia di artisti. Ha aiutato tutti in un contesto che non è Salisburgo. Bari, la Puglia gli devono più di quanto lui abbia ricevuto né preteso. Non un incarico, non una consulenza, non una docenza. Neanche chiavi della città in altre occasioni così prodighe. Ma era elegante e signore come non mai, don Nicolino. sempre in tight anche se con i jeans. E, per la verità, non se ne curava.

 La moglie Nelly lo perpetrerà circondata dal museo vivente della sua casa. I figli Ugo, un uomo chiamato jazz, e la figlia Monica ne sono gli eredi alla <Gazzetta> e al <sancta sanctorum> del Petruzzelli. Buon sangue non mente. Mentre lui chissà cosa starà ora ascoltando (e mimando) per metterla, come sempre, sull’armonia che ha tanto raccolto per tanto donare.