Laurea in capacità di farti acquistare

Sabato 19 ottobre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Rischiamo tutti di prendere l’influencer. Che non è la banale influenza di stagione, ma una malattia molto più sofisticata. Quella che possono trasmetterci gli <influenzatori>, pessima traduzione in italiano per dire di tipi in grado di farci fare ciò che desiderano. Soprattutto farci acquistare, mica farci ascoltare un concerto di Mozart. Ovviamente tramite Internet, meglio tramite i cosiddetti <social>, a cominciare da Instagram (spiegazione destinata esclusivamente al pubblico adulto, ché i nostri figli o nipoti ci prenderebbero a pernacchie). Un tempo i ragazzi oggi divenuti, appunto, adulti, si facevano crescere i capelli lunghi o portavano i jeans a zampa di elefante imitando il divo del momento. Se a un concerto dei Duran Duran non c’erano almeno 50 svenimenti, era un flop. Oggi seguono Sfera Ebbasta agghindato come un albero di Natale. Evoluzione della specie.

 ECCO GLI <INFLUENCER>  Trattasi di giovani che, avendo migliaia di <follower> (seguaci) sui social, ne sfruttano il peso per indirizzarli verso certi prodotti o per trasmettergli stili di vita. Essenziale che il gioco non sia truccato, nel senso che sia chiaro se mi vuoi piazzare una certa maglietta. Il fatto è che io come seguace lo so, ma va tanto di moda chi me lo dice, che non vorrò mai non essere alla moda, dovessero bullizzarmi gli amici. Basta l’immagine laddove prima bastava la parola. Come si abbiano migliaia di seguaci, è una domanda da cento milioni. Perché fotogenici, perché simpatici, perché fuori dagli schemi, perché gente dello spettacolo, spesso perché capaci di dare il peggio di sé stessi (ma questa è una barbosa etica borghese).

 Un <influencer> decente non deve avere meno di 10 mila <follower>, come dire 10 mila <mi piace> su Facebook a ogni starnuto. L’impresa non è meno difficile di quella del keniano Eliud Kipchoge, il primo uomo ad aver corso la maratona in meno di due ore. Con i 10 mila sei un mezzo morto di fame che può guadagnare 100 euro a messaggio. Ma se arrivi fra i 50 e i 500 mila <follower>, puoi beccare anche 10 mila euro. A livello di celebrità, fra i 3 e i 7 milioni di seguaci, si può chiedere fino a 190 mila euro a botta. Chiediamolo a una come Chiara Ferragni, personaggio per questo a livello mondiale più che perché moglie di Fedez, povero rapper tatuato anche nelle tonsille. In tre giorni al cinema, un documentario su di lei ha incassato un milione e mezzo di euro grazie a nidiate di ragazzetti impazziti. E la sua società ha avuto nel 2018 il 78 per cento in più di ricavi, arrivando a 5 milioni 700 mila l’anno. Il tutto non perché possa mai arrivare al Nobel, ma per l’oro dei nostri tempi: la notorietà. Che comunque è un merito e un lavoro, non grazia ricevuta. E un costoso investimento su sé stessi, perché perlomeno devi andare al parrucchiere ogni giorno, e dall’estetista pure. E a controllarti c’è già, figuriamoci, un algoritmo che ti viviseziona minuto per minuto.  

 Non dovremmo meravigliarci se i nostri ragazzi ci dicessero che da grandi vogliono fare l’<influencer> e non più la modella o il calciatore. Cambiano i valori, è sempre avvenuto ed è inutile dire <dove andremo  finire>, la frase più ripetuta nella storia del mondo. E ora con la potenza di fuoco di Internet, che esalta e precipita con la stessa facilità con cui Ronaldo fa gol. Se vogliamo metterla sull’intellettuale, è il <disagio della postmodernità> del quale parlava il sociologo polacco Bauman: più crescono la complessità e l’incertezza, più si ricerca fiducia, si ha bisogno di affidarsi a qualcosa. Foss’anche a chi ci suggerisce le migliori scarpe da jogging.

 POTERE DELLA PUBBLICITA’  Ma siccome il mercato è già saturo, e ci vuole (per fortuna) competenza anche in questo, ecco pronta una laurea in <influencer>. A farci diventare come la dottoressa (ad honorem) Ferragni, ci ha pensato l’università telematica eCampus, specializzata in indirizzi molto contemporanei. Visto che la comunicazione è tutto, può essere un successo di iscrizioni già averla chiamata così. Laurea in capacità di spostare le masse. E chissà quanto possono eccepire i soliti adulti con la puzzetta al naso, visto da che tipo di <influencer> si sono fatti spostare nel secolo scorso.

  E visto che ci siamo, è molto probabile che non sia composto solo da minorenni il pubblico che sta decretando il boom di un libro in questi giorni, pur col popolo meno lettore del globo. Libro dal titolo <Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza!> di tal Giulia De Lellis. Una il cui mestiere è (indovinate) quale? Ma l’<influencer>. De Lellis che, influenza per influenza, ha pensato bene a raccontarci una sua disavventura sentimentale. Chissà quanto disavventura, ma cosa cambia? Lei che si vanta di non aver mai letto un libro in vita sua, ma ora lo scrive. E’ la pubblicità, bellezza. Diceva il saggio: <Fatti un buon nome e piscia a letto, diranno che hai sudato>.