Le vite perdute seguendo Gomorra

Sabato 2 novembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

<Stiamo aggomorrati>. Siamo come i personaggi di <Gomorra>, la serie tv di successo di Sky. E’ una delle frasi dette dai minorenni criminali di Bari dopo una loro bravata nel quartiere Japigia. Una <stesa>, tutti insieme arrivati su dodici tredici motori con i caschi abbassati a sparare in aria, contro i cartelloni pubblicitari, contro i muri per intimidire un clan rivale. Ma anche i cittadini del posto, che si <stendano> se non vogliono essere colpiti. <Bum bum> anche con un kalashinikov. Insomma quella che a Napoli si chiama <la paranza dei bambini>, come gettare la rete da pesca della paranza per raccogliere non alici o sarde ma quanta più paura possibile. Titolo del romanzo di Roberto Saviano, ma anche del conseguente recente premiato film di Claudio Giovannesi.

 EFFETTO IMITAZIONE Ché <aggomorrati> lo erano davvero. Con tanto di tuta nera con le bande bianche, catene e doppio taglio di capelli alla Genny Savastano, folto sopra e rasato verso basette e nuca. Stesso modo in cui altri tre ragazzini si sono presentati ai <Falchi> della Squadra Mobile che avevano inseguito la loro auto per tutto San Girolamo, altro quartiere di Bari. Aria guappa e parlata in perfetto stile <gomorrese>, o camorrista style: <Uè, u’frat, tutt’appost?>. Per la verità, niente a posto, visto che sotto un sedile nascondevano una pistola. Ci fosse stata una colonna sonora, sarebbe stata quella di qualche trapper, la musica che sta facendo da romanzo di formazione per molti giovanissimi. O, meglio, qualche cantante neomelodico. Cultura, o sottocultura, da strada.

 Ma allora, <Gomorra>, con i suoi ammazzamenti come se fossero battiti di ciglia? Con la sua violenza tanto trucida quanto normale?  <Qua mi sembra che non devono fare Gomorra, devono fare Japigia>, ha detto compiacendosi uno della paranza. Evoluzione della specie. Ma allora, è innocente o colpevole questa <Gomorra> (compreso il film di Matteo Garrone)? Cosa ha fatto di più: solo raccontare la realtà criminale come dice Saviano, o produrre un effetto-imitazione, come accusano i suoi critici? Roba da manuale di Scienza della comunicazione. Disse Andrea Camilleri, il grande vecchio della letteratura italiana, che, vuoi o non vuoi, il romanzo finisce per nobilitare anche i personaggi più indegni.

 Figuriamoci la tv. Perché, se il libro è una scelta non alla portata di tutti, la tv non è una scelta, è un’abitudine alla portata di tutti. Se il libro genera indignazione, la tv produce assuefazione. Certo, puoi cambiare canale, ma quella forza magnetica resta. Una visione passiva, una ipnosi che assorbe tutto fino addirittura a condividere acriticamente. E all’ora di cena, poi, quando non vuoi stare a discutere dovesse andarti di traverso. Con la capacità delle immagini di creare emozioni invece che ragionamento. Mito invece che orrore.

 SPETTACOLO DEL MALE Così, cosa rimane? Rimane ciò che colpisce l’immaginazione, il mondo dei <cattivi>. Che diventano <eroi> mangiandosi l’indignazione grazie alla loro capacità di <bucare> il video. E senza neanche pensare al dovere civile di schifarli. Meno che mai da parte dei più piccoli e più esposti alla leggenda. E poi, le serie tv. Più le vedi, meno te ne impressioni. Più ti diventano routine, meno le condanni. Più le digerisci, più le sdrammatizzi. Più ripetitività, più indifferenza. Insomma un favore alla camorra, che anche così cerca consensi e crea complicità, oltre che seguaci tipo Japigia. Il libro lo puoi leggere cinquanta volte, non ti fa più né caldo né freddo. Ma la ripetuta spettacolarizzazione del male in tv abitua a una violenza che all’inizio è insopportabile ma alla fine scontata e, appunto, indifferente. Con la consuetudine che rende progressivamente familiari i rudi interpreti, l’appuntamento del venerdì sera. Riducendo la ripulsa e spostando l’attenzione dall’orrore a ciò che dicono e fanno, quasi attendendosi uno scatto del peggio in avanti. Ma attenzione anche a come si vestono, al tono, alla acconciatura, all’espressione. E al potere, che esce dalla canna di una pistola.

 Allora ciò che rischia di essere diseducativo non sono tanto le creste alla Sioux, i piercing, i tatuaggi, la stessa tracotanza scema di Salvatore Esposito, il giovane Genny ‘a carogna, appunto. O la fetente Chanel. Capigliature esistevano anche quando i ragazzi imitavano i Beatles. E ora che imitano Ronaldo. Più diseducativo è il decalogo: rispetto, fedeltà, onore. Più pericolosa è l’ammirazione che il divo della tv provoca. E se il divo è un delinquente, pazienza, tutti come lui. La visione di <Gomorra> è diventata virale, ci sono stati gruppi di ascolto. E si sa che nulla è più contagioso di una visione collettiva come se fosse il tifo per una partita di pallone.

 Nella Curva Sud il più debole però non distingue e soccombe. E quando a Japigia dice che si è <aggomorrato>, certamente non capisce che ha svenduto la sua vita.