Datemi < una chef > ( sì, la voglio donna)

Sabato 16 novembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Per favore, datemi una chef. Come, ha scritto <una> chef e non <uno> chef? Proprio <una>. Perché oggi è più facile che Salvini accolga un nero a Lampedusa, che trovare una chef al posto di uno chef. E’ venuta giù la sala dagli applausi a Parigi quando, in una conferenza mondiale sulla gastronomia, un giornalista italiano cacchio cacchio ha chiesto: sì, ma le donne dove sono? Perché se vuoi sapere chi dalla mattina alle sei è lì a preparare il ragù domenicale più lungo di una penitenza, di sicuro è quella che viene definita la <regina della casa> (e figuriamoci se fosse la serva). Se invece vuoi sapere chi è che si pavoneggia come un gallo cedrone in un ristorante più stellato di un cielo d’agosto, è certamente uno chef. Come se invece di andare a gustarti un piatto, andassi per essere investito dalla luce perpetua di questi nuovi mammasantissima di tempi più da duodeno che da neuroni.

 ULTIMO MASCHILISMO Oggi per fortuna il ragù domenicale è diventato una reliqua più che un piatto. E soprattutto la giovane signora è fuori a fare jogging più che la cottura a fuoco lento. Ma fatto sta che se al focolare domestico ci resta comunque lei e non lui, nei sancta sanctorum della cosiddetta <alta cucina> ci trovi lui e non lei. Come sempre quando si passa dal sacrificio al potere, dall’oscura fatica quotidiana alle luci della ribalta. Con l’aggravante che in quella passerella parigina si parlava di superamento di steccati, evidentemente non quelli fra uomo e donna più resistenti del Muro di Berlino. E con giustificazioni più urticanti di un peperoncino. Tipo quelle di un tal Yannick Alléno, tre Michelin, secondo il quale la parità del gourmet non è possibile perché le donne vogliono lavorare a mezzogiorno perché la sera devono occuparsi dei bambini. Come se non ci fossero, per dire, donne giornaliste o capitreno che fanno la vita alla rovescia. Con l’aggiunta da parte del medesimo che le donne ce l’hanno nel Dna, come nel suo Dna ci devono essere sugna e trippa.

 Il presunto Ronaldo dei fornelli ha rischiato l’accusa di fallocrazia, ciò che l’avrebbe precipitato come un tacchino a santo Stefano. Fu lo scrittore irlandese James Joyce a dire che Dio fece il cibo, il diavolo i cuochi. Figuriamoci cosa avrebbe detto degli chef, anche per una questione di concorrenza ritenendosi questi più divinità che esseri umani, essendo più venerati che assaggiati, come se dovessero appagare più un bisogno di spiritualità che di sazietà. Anche perché un loro <Koji di orzo perlato> contribuirà al loro mito tanto più quanto non capirai mai cosa sia. Per non dire che se una creazione di tal sua santità Bottura la puoi pagare anche 300 euro, più che riempirti la bocca ci puoi fare al massimo un selfie.

 CERCASI LA GRAZIA Per fortuna c’è la tv, dove è vero che gli chef li trovi più facilmente che in cucina chiedendoti quando lavorino. Ma dove qualche donna alla Isoardi o alla Clerici la becchi pure, sia pure ruspanti come vecchie zie e senza le divise candide come cherubini rinascimentali, o i cappelloni da monsignori, o i distintivi da legion d’onore dei colleghi (pardon) maschi. Il fatto è che puoi brutalizzare il telecomando per evitarli, ma non c’è ora o canale in cui non stiano grigliando, farcendo, soffriggendo, condendo, bollendo, spiattando, imbandendo. A preparare roba che molti appunteranno ma che pochi imiteranno. Non tanto per paura di lavande gastriche, per carità. Ma perché questi programmi pieni di odori che non si annusano e di sapori che non si condividono sono tanto più fuori stagione quanto più salgono i tassi di colesterolo e siamo tutti in diete più squilibrate che equilibrate. Né se vai in libreria riesci a schivare un pollo marinato al limone candito fra i più venduti.

 Eppure una grazia di donna ci vorrebbe in quei Masterchef e dintorni che sono più un trionfo della malagrazia che dei risotti alle lumache e coda brasata. Quei trionfi della volgarità tanto più seguiti quanto più ridotti ad arene in cui  massacrare i gladiatori. Con gli chef che sembrano carnefici assatanati dalla carne al sangue delle loro vittime. Le quali ne sono tanto più attratte quanto più sanno che ne saranno insultate, svillaneggiate, umiliate, disossate, violentate. Con mazze sulle mani per un pizzico in più di sale, di pentolate sul cranio per un fuoco più lento di una novena in clausura, di urla belluine per una foglia di insalata fuori posto.

 Siccome nessuno è nato ieri, e siccome non sembra che siamo nei nostri anni migliori, anche gli indici di ascolto sono complici di tali spettacoli da basso gusto, in modo da dare il peggio di noi stessi anche da spettatori. Così va la giostra. Ma allora, chiediamoci se una tartara di salmone e baccalà mantecato valga un patate-riso-e-cozze della nonna. Che non sarà una luciferina chef con faccia da ceffo e coltello fra i denti, ma l’ultima portata umana e digeribile che ci resta.