Caro pizzai(u)olo non fare il robot

Sabato 14 dicembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Certo, non è che tu dici <stasera ci andiamo a fare una pizza>, e ci trovi un robot. Perché andare a fare una pizza non è lo stesso che acchiappare al volo una cosa e mettersela in bocca come i disperati. Andare a fare una pizza è un rito come si va (pardon) a messa la domenica. Ed è un mito infarcito di tradizione e leggenda. Andare a fare una pizza è anzitutto andare insieme, è difficile trovarci uno da solo ché non gli danno nemmeno un trespolo. E andare a fare una pizza è farsi due chiacchiere perché la pizza è gioia e non vuole pensieri. Poi andare a farsi una pizza è vapore, colore, odore, sapore, confusione di un posto che non è un posto qualsiasi, è comunità nella quale ci si riconosce anche se non ci si conosce. Andare a farsi una pizza è anche attesa che la pizza arrivi come un sabato del villaggio. Andare a farsi una pizza è ultima umanità.

 LA SOLITA AMERICA Ecco perché è una bestemmia se ci trovi un robot. Profanazione che sta per avvenire, indovina dove. Ma nei soliti Stati Uniti dove la prima idea che gli viene diventa sùbito Facebook con due miliardi di <follower>, seguaci, nel mondo. E’ a Seattle che col nome <Picnic> è partita la macchina capace di sfornare fino a 300 pizze all’ora manco fossero fotocopie. Un braccio fa girare il disco di plastica alla velocità di una Ferrari di Formula 1, un ugello rovescia pezzetti di mozzarella come una betoniera, un beccuccio schizza pomodoro come una analisi delle urine, quindi via nel forno caldo con lo stesso gesto meccanico di un tergicristallo. E un contatore segna i numeri con lo stesso gelo degli scontrini fiscali. Ci fosse anche un’anima, sarebbe una pizza.

 Ma non è solo <Picnic>. Già tre anni fa è stato lanciato in California il progetto <Zume Pizza>. Obiettivo: diventare l’Amazon delle pizze a domicilio. Forni direttamente nei furgoni, robot guidati da lontano (si dice <da remoto>) per prepararle, partenza e per 15 dollari (12 euro) nessuno riceverà più a casa la pizza fredda (che per la verità non arriva fredda neanche da noi grazie al ciclista che va come Fausto Coppi). Non lo dicono, ma è probabile che <Zume> te la fiondi sul balcone per sbrigarsi. Per non farla andare di traverso, almeno i robot pizzaioli li hanno chiamati Marta e Bruno, parità di sessi.

 Correva l’anno 1954 quando nel film <L’oro di Napoli> di Vittorio De Sica la pizzaiola era Sophia Loren. E correva l’anno 2010 quando l’Unione europea ha fregiato la pizza del titolo di Specialità tradizionale garantita. Ma correva l’anno 2017 quando è stata l’arte del pizzaiuolo napoletano a essere dichiarata patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco, l’agenzia dell’Onu che premia le attività <uniche e irripetibili>. Altro che robot, altro che pizze a macchinetta tutte uguali come bulloni. Perché anche quella stessa mano che sembra muoversi in automatico non ne potrà mai fare una simile all’altra. Mano che, secondo i sacri testi, non deve usare mai altro che se stessa per non commettere, appunto, un sacrilegio. Mai un mattarello per stendere la pasta, che diventa pizza sotto le dita che l’arrotondano come una carezza. E pizza mai oltre i 35 centimetri di diametro, spessa non più di un terzo di centimetro al centro e col bordo alto detto cornicione. Da infilare infine in un forno a legna alla temperatura di 485 gradi per non più di 60-90 secondi.

 DELITTO A TAVOLA Così la verace pizza napoletana è servita. Con qualche aggiustamento locale (bordo alto non gradito da tutti) ma mai fino al punto che la Margherita o la Marinara diventino americanata (o, prima o poi, cineseria). E mai tante variazioni sul tema, la cui più oscena di tutte è la pizza all’ananas che schifano anche alle Hawai. E pizza che è il cibo più conosciuto e più imitato al mondo, ma del quale ci siamo fatti scippare fino al punto che a farci i soldi sono le grandi multinazionali. Con tanti saluti all’acqua, sale, farina, lievito, olio extravergine di oliva, mozzarella, basilico che ne dovrebbero essere l’a-b-c. Ma che nelle pizze senza terra e senza patria sono solo <varie ed eventuali>. Così come il pizzaiuolo (con la <u> in mezzo) rischia di essere un reperto archeologico davanti a un robot più freddo di un findus e più antipatico di un debito.

 Ma è la globalizzazione, bellezza, e tu non puoi farci niente. Magari puoi evitare come la peste i kechup e gli hot dog, che stanno alla pizza come un panno rosso sta al toro. Magari puoi salvare la pizza dalla fretta della vita che per la pizza è stridente come un gesso nuovo sulla lavagna. Magari puoi salvarla dai robot che per la pizza sono come invitare Dracula a presiedere un centro di donazione di sangue. Magari <stasera andiamo a farci una pizza> diventi l’ultima resistenza davanti al plotone di esecuzione delle intelligenze artificiali che vogliono cambiarci anche il piatto in tavola. Giù le mani dalla pizza, possiate morire fulminati.