Addio vecchio cenone anche Natale muore

Sabato 21 dicembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Questo Natale il cenone si fa col <catering>. Magari chi non capisce la parola inglese non si rende conto di che fine del mondo sia, peggio di Trump che si fa monaco. Un’Apocalisse. Vuol dire che si ordina la roba fuori e non si cucina più in casa. Non si cucinano più in casa i tagliolini con gli scampi. Non si arrostisce più in casa il capitone, anzi sul balcone per non appuzzare dentro. Non si frigge più in casa il baccalà. Non si lessano più in casa le rape. Non si cuociono più in casa i finocchi. Non si prepara più in casa il torrone di mandorle. Non si infornano più in casa le cartellate. Non si rosolano più in casa i panzerotti. Non è solo una tradizione che muore, e non è escluso che Gesù Bambino si rifiuti di nascere perché non gli piace come si stanno mettendo le cose. Non è più il Natale dei pastori e delle cornamuse, è il Natale dei robot. Non più bianco Natale, ma metallizzato.

 ORA ORDINATO FUORI E del resto, è vero che una volta all’anno viene Natale, ma solo chi ha il prosciutto negli occhi non vede cosa sta succedendo ogni giorno. E non capisce che quei ciclisti che sfrecciano in strada come Ferrari, e se non li scansi finisci in traumatologia, non sono solo ciclisti. Sono un film di fantascienza. Sono un anticipo del 2030, quando secondo le previsioni non ci sarà più un solo pasto che non venga da fuori un attimo dopo la chiamata. E in cui ci saranno più ciclisti di Deliveroo, di Just Eat, di Glovo, di Uber Eat che cucine, al massimo microonde per riscaldare se il ciclista deve fare la gimkana fra le auto e la roba ti arriva fredda quanto un findus. E’ il progresso, bellezza, e tu non puoi farci niente. Neanche a Natale, quando il cenone non è solo una cena più grande, ma è Pinocchio e il Sabato del villaggio, una eterna infanzia e una tenera attesa.

 Né si può dire che non ci sia più religione solo per questo. Del resto, che fine ha fatto il presepe di fronte all’albero di Natale? Fra i quali non c’è confronto, non si può  preferire uno o l’altro come se fossero l’Inter o la Juventus. Sull’albero ogni palla simboleggia un dono, come se i bambini si aspettassero solo quelli (e meno male che qualche filastrocca festiva ancòra gliela insegnano, anzi l’ascoltano dal cellulare). L’albero è spiantamento, specie ora che c’è Greta e ti senti un assassino se nel salone lo metti di plastica e non naturale da ripiantare a feste fatte. Il presepe è radici, attaccamento a una tradizione che poi tutti dicono essere il vero senso del Natale, anche se fra le statuine ci mettono Salvini per attualizzarlo. E se è vero che già allora c’erano i doni portati dai re Magi, perlomeno non se li fecero consegnare da Amazon e con tanti di quei cartoni che le città il giorno dopo sono sotterrate come Pompei.

 Già oggi in Italia il cosiddetto <food delivery>, il cibo da consegnare, è il primo comparto di tutto il mercato on line, quello ordinato col computer o con WhatsApp. Lo fanno quasi metà degli ex amanti della tavola intesa non come alimentazione, ma come convivialità, tutti insieme come attorno al focolare. E non solo nelle grandi città, dove rientrare a casa per scodellare il pranzo o la cena è più difficile che fare andare d’accordo Di Maio e Conte. Ma in quelle medie e piccole, dove non è che il traffico sia al livello di Bangkok o del Cairo. Segno non di una difficoltà materiale, ma di una scelta esistenziale e di una colonizzazione mentale che ormai fa rifiutare ogni consuetudine, specie se spezza il ritmo della giornata di corsa e di testa sul telefonino. Così, se prima i ciclisti turbo suonavano solo per la pizza, oggi suonano anche per la pappa del cane, dal produttore alla cuccia.

 ADDIO SORDI E TOTO’ Ma se poi pensi a quanto spazio dà la televisione al cibo, allora sospetti che quello sbagliato sei tu. E che la faccia da killer di Bastianich, quella da Savonarola di Cracco e quella da presa-per-i-fondelli di Cannavacciuolo stiano proprio a dirti di aggiornarti se sei un miserabile Alberto Sordi capace di magnare solo maccaroni, o un Totò morto-di-fame che gli spaghetti se li mette addirittura in tasca. E invece pare che si debba mangiare più con gli occhi che con la bocca. E più che del cibo, ci nutriamo della preparazione (altrui) del cibo, come se stessimo davanti a un Arcimboldo che dipinge uno dei suoi personaggi che sembrano il bancone del fruttivendolo. Insomma è come se riscoprissimo che la cucina è sempre stata più un dovere e una necessità che un piacere e un’arte, proprio ora che ce la buttano in faccia ogni giorno e su ogni canale.

 Conclusione (amarognola): se cuciniamo, e ci si mettono anche gli uomini col grembiulino, lo facciamo come colpo di coda di una perduta civiltà. Così, quando qualcuno suonerà alla porta la santa sera, non sarà Babbo Natale con la gerla. Ma sarà uno scotennato e malpagato ragazzotto il cui unico modo di farsi il Natale è farlo fare agli altri.