Ti dico, ti parlo ma mai più a voce

Sabato 28 dicembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Posso dirti una cosa? No, mandami un messaggio. Tanto tuonò che piovve: le conversazioni digitali (tramite cellulari) hanno superato le conversazioni di persona. Parlarsi viso a viso è diventato più raro di un sorriso di Salvini. E sono sempre di più gli esseri umani che passano giorni interi senza scambiare una parola con un bipede come loro. Del resto si può uscire insieme per una pizza o uno spritz e farsi compagnia stando ciascuno di testa sul suo smartphone. Non ne parliamo (appunto) a cena in casa, quando chiedersi come è andata la giornata è più improbabile di un congiuntivo di Di Maio. E anche una chiamata a voce ormai è un residuato bellico più di un apparecchio fisso o di una lettera col francobollo invece di una mail. Anche con i parenti più stretti il contatto diretto è stato cancellato da sms e WhatsApp vari. E se un tempo ormai lontano anche un tono o una inflessione potevano dirci qualcosa più di una parola, ora al massimo ci affidiamo a un esclamativo o, meglio, a un emoticon, una faccina. Lasciate ogni speranza voi che avete ancòra una lingua.

 SOLO MESSAGGI E WHATSAPP Ovvio che i rapporti siano peggiorati soprattutto in famiglia. Anzi scomparsi. E proclamare che dopo le 21 si spengono tutti gli schermi perché si va a tavola, è più ininfluente di un accordo <salvo intese> nell’attuale governo, che rifà tutto alla prima occasione. La regola è il rapporto a distanza da una stanza chiusa all’altra. Uno spacca-famiglie come se ne avessero bisogno famiglie che stanno a quelle di un tempo come un computer sta a un pallottoliere. Figli unici, genitori separati o ciascuno più fuori che dentro per lavoro. E ragazzi sempre più soli anche se mai in così muta affollata compagnia come su Internet. Mai con tanti remoti <amici> come oggi. E mai così gratificati da <like>, mi piace, che stanno a un complimento vero come una spigola fresca sta a un findus.

 Ci sono genitori che vogliono fondare una Lega contro le chat dei figli, ma non sarebbero meno i figli che vorrebbero farlo contro quelle dei genitori. E se i primi sono in formazione e devono imparare (se di questi tempi è ancòra concesso il termine), i secondi sono ciucci vecchi che dovrebbero dare buoni consigli invece di cattivi esempi. Insomma si chatta allo stesso ritmo col quale prima si apriva bocca. Una epidemia senza limiti di età. Una trappola, una dipendenza che aumenta tanto più quanto consideriamo incontrare qualcuno <dal vivo> come un denudarci in pubblico. Così Internet ci imprigiona non solo come eremiti condannati a una grotta, ma con la futilità del suo cromosoma. Talché lardelliamo i <social> (da Facebook a Instagram) di roba spesso insignificante per noi stessi. Facendo sapere al mondo ciò che mangiamo o dove andiamo, il nostro anniversario e come sta il cane. Un narcisismo di cretinate che hanno tanto più successo quanto più inutili. Insomma che ce ne importa della tovaglia rossa del tuo cenone di Natale? Ma da comunicare al mondo per alleviare la nostra solitudine di reclusi di una tastiera. Tanto più soli quanto più connessi.

 PICCOLI EROI MODERNI I nostri figli che ci guardano imparano a usare smartphone e tablet prima di imparare a leggere e scrivere. E la storia con la quale li mettevamo a letto è ora delegata a un video che sta al nostro volto e alla nostra voce come una schiappa di serie D sta a Ronaldo. Una chiusura artificiale come se la vita vera fosse un affronto. Per questo tanto clamore quando qualcuno annuncia di aver deciso di disconnettersi, di essersi liberato di quell’aggeggio. Come se fosse quell’uno su mille che ce la fa della canzone di Morandi. E non sai se è felice come una Pasqua o squassato da una crisi di astinenza come un drogato senza dose. Ma diventa una notizia manco se Belen si fosse fatta monaca. La scelta di Francesca: <Io, 18enne felice senza lo smartphone> e si vede come una cavia mentre gli altri la vedono come una sospetta. O il 12enne di Bitonto che ha fatto il giro d’Italia restituendo il cellulare al papà: <Voglio disintossicarmi>. Assicurando ai compagni che <vale la pena provare a stare senza>. Una sorta di eroe civile.

 Ma il <Posso dirti una cosa? No, mandami un messaggio> raggiunge vette da psichiatria nei gruppi WhatsApp (nei quali spesso sei incluso a tua insaputa). E WhatsApp cui non affidiamo solo gli auguri per il compleanno con tanto di cuoricino. O l’appuntamento per stasera con tanto di pollice ok. O la foto delle scarpe che voglio comprarmi e dimmi che ne pensi con interrogativo incorniciato. Ma i gruppi sono una gara del <chatto quindi sono> in cui ciascuno deve aggiungersi a tutti i costi agli altri, come il punto, virgola, e mettiamoci pure il punto e virgola di Totò e Peppino. Sarebbe ottimo e abbondante, anzi perfetto se di tanto in tanto, e per sbaglio, apparisse un volto, addirittura una voce, forse perfino un pudore. Diciamo un senso del ridicolo.