Telefonino a tavola ma la tavola vivrà

Sabato 4 gennaio 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Il problema è un altro. Non è, caro il nostro papa, che si sta insieme a tavola ma ciascuno sta a pensare solo a chattare col suo telefonino. Il problema è che non si sta più insieme a tavola. Quindi non solo preferiamo ormai la connessione alla conversazione. Ma è sceso in media a 90 minuti al giorno il tempo che i genitori trascorrono coi figli. E non è detto che avvenga pranzando o cenando. E’ vero però, che se ci capita per una volta di condividere uno dei momenti dei pasti, preferiamo dialogare più con chi sta lontano che con chi ci sta di fronte. E neanche a voce, dovesse prenderci una faringite. Ma con WhatsApp. Conclusione: ci si vede ogni giorno più con colleghi e amici che con i familiari. E quando ci si vede coi familiari ci si ignora. E con chi invece parliamo, non parliamo. Insomma spegnere i cellulari potrebbe non accendere né le relazioni né la famiglia. Amen.

 LE PAROLE DEL PAPA Però siccome il papa è il papa, non è che può rassegnarsi. Né può smettere di dirci come potremmo fare solo perché ormai non c’è più religione. Né lo fa perché dovremmo somigliare a Giuseppe, Maria e il bambino che il cellulare non lo avevano. Ora, diciamolo, il cellulare lo usa anche lui. Ma sa cosa significa quando gli diamo la precedenza rispetto alle posate. E sa che se prima un figlio che non voleva condividere la caprese se ne andava in camera sua, ora può anche restare lì ma talmente ficcato in quella tastiera che è come se non ci fosse. Anzi è peggio, vicinissimi e lontanissimi. Un gelo sbattuto in faccia. Mentre i genitori si ignorano non meno dei figli concentrandosi sulla tv. Una fuga collettiva dagli altri. E da se stessi.

 Ma il ritiro sociale è figlio di un ritiro sui social. Con Facebook o Instagram o chi vuoi tu che con le proprie nicchie invece di proteggerci dalla vita come crediamo, ci separano dalla vita. Sostituiscono il reale col virtuale, il naturale con l’artificiale. Sostituiscono il mondo pieno di stimoli che ci circonda con un mondo tecnologico di grande silenzio manco stessimo, dice il papa, alla messa. O fossimo tutti autistici. Sostituiscono la strada con un video. Sostituiscono l’universo acceso davanti a noi col buio profondo della rete. Sostituiscono l’arricchimento del dialogo (ma anche, occorre dirlo, la fatica dell’incontro) con l’inerte droga dei <like>, mi piace, ricevuti.  Appunto un <Mi ritiro in rete> quasi fosse un convento. Con altri miliardi di eremiti universali che magari, al pari di quanto fanno 55 milioni di italiani, controllano il cellulare come primo e ultimo gesto del giorno. E che ogni giorno gli dedicano, insieme a tablet o computer, non meno di sei ore, a confronto delle sole tre alla tramontata tv. Sei ore che se fossero dedicate agli esseri umani in carne e ossa, qualche solitudine in meno avremmo proprio nel tempo della massima comunicazione. Collegati con tutti e scollegati con tutti.

 ALTRO CHE INSALATE Ha scritto lo psicanalista Massimo Recalcati che dovremmo preservare il luogo della parola come luogo di una connessione diversa da quella degli oggetti tecnologici. Traduzione: le parole che possiamo scambiarci non hanno confronti con quelle scritte di una chat. Il tono, l’inflessione, il ritmo, le pause, le accelerazioni, i sorrisi, i rossori, i sudori, gli occhi negli occhi. La stessa differenza fra la tramontata telefonata dal vivo e il messaggio. Così come lo stare in famiglia. E una tavola che non significa solo mi passi l’insalata, ma convivialità del racconto di una impressione, di una delusione, di una soddisfazione, di una intuizione, di una convinzione, di una esasperazione, di una rassicurazione, di una condivisione, di una elucubrazione, di una conclusione. Una convivialità di <frammenti di umanità> a fronte di faccine come nuovo modo di esprimere sentimenti.

 E però, caro papa, un tempo erano solo pizzerie e ristoranti. Ora sono paninerie, pescerie, creperie, toasterie, yogurterie, focaccerie, panzerotterie, spaghetterie, bracerie, grigliaterie, spuntinerie, torterie. Le pasticcerie hanno in comune solo la rima ma sembrano il medioevo perché i dolci la domenica sono roba da vecchi. E poi ci sono il breakfast, il brunch, l’after hour. E ci sono più cibi pronti che preparati in casa, compreso il cenone di Natale che si ordina al catering, ce lo fanno arrivare candele incluse. Ci sono più ciclisti da cibi pronti che cucine. E non si pranza più perché durante la pausa pranzo si va in palestra per la linea. E per la cena diciamo che andiamo a mangiare una cosa, in un locale in cui ciascuno è rivolto, rieccolo, più al suo smartphone che al suo vicino. Ci sono più sushi che orecchiette e rape, più patatine fritte e popcorn che fave e cicorie. Né si può e tantomeno si deve stare a guardare al tempo alle spalle. Quindi chissà che già chattare a tavola non sia un colpo di coda, essendo proprio la tavola quella più a rischio di estinzione.