E dalle grotte marine di Porto Badisco le voci del Neolitico

mercoledì 18 dicembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

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Cosa troveranno di noi sulla Terra fra seimila anni? Perché cosa ci hanno lasciato di loro seimila anni  fa i nostri antenati ce lo racconta la Grotta dei Cervi di Porto Badisco. Non c‘è in Europa un altro posto da cui le donne e gli uomini della tarda Età della Pietra ci parlino come in questo spicchio di Salento. E voi bagnanti che affollate d’estate questo mare di incanto, tendete di tanto in tanto l’orecchio: potrete sentire le loro voci sommesse. La voce di chi frequentava questo santuario dell’antichità. Un ambiente rimasto immobile e inviolato finora. Fin quando il mistero di quel regno dell’oscurità e dei pipistrelli non si è rivelato agli occhi increduli e stupefatti dei primi che ne hanno varcato la soglia.

 Era il tempo in cui i cacciatori e raccoglitori erano divenuti agricoltori e allevatori. Ci andavano, lì dentro, per i loro riti propiziatori di buon raccolto e di buona fortuna. Ci andavano per i loro riti di iniziazione al rapporto con la divinità. Non è escluso che ci andassero per sacrifici umani, come fanno sospettare alcuni attrezzi lì ritrovati. E soprattutto certi dipinti, sulle pareti, di corpi dalla tragica immobilità. Perché questo è la Grotta dei Cervi: una grande galleria d’arte, una Cappella Sistina della notte dei tempi.

 In quel mondo mitico era venerata la Dea Madre, <potente signora della Morte ma anche portatrice di vita, di rinascita e rigenerazione>. Un luogo sacro di richiamo internazionale nel Mediterraneo per tutto il Neolitico e l’Età dei Metalli. Ma anche un luogo di sosta obbligato per i naviganti che venivano da lontano e attraversavano l’Adriatico. Anche Enea, si dice, benché sembri più una leggenda. Ma nulla di tutto ciò si sarebbe saputo, e chissà per quant’altro il silenzio avrebbe continuato lì a regnare, se non ci fossero stati i Cristoforo Colombo che un giorno entrarono in quel buio mondo de <l’aldisotto>. In quel mondo della <non Luce>, come lo definisce Ninì Ciccarese che ne fu fra gli Indiana Jones.

 A tutto questo è dedicato un prezioso libro di Leonello Bertolucci, reporter ligure che lo correda di splendide foto per l’editore Adda (pag. 140, 20 euro). Insieme alle firme di Andrea Indellicati, tarantino esperto di arti visive; di Maurizio Nocera, docente universitario di Tuglie (Lecce); e dello stesso Ciccarese, giornalista e ricercatore di Lecce. Fu un pugno di speleologi del Gruppo di Maglie a entrarvi il 1°, 3 e 8 febbraio del 1970: <per me si va nella città dolente…>. Dall’ultima volta che un piede umano l’aveva calcato, erano passati appunto seimila anni. Profondità. Paura. Vertigini. Silenzio. Fango. Caldo umido. Stalattiti. Stalagmiti. In fila indiana. E poi carponi e come bisce. Corridoi selvaggi, bassi, alti. Altissimi, bassissimi. La sola flebile luce dei caschi nel buio da incubo. Acqua gocciolante. Fruscii, brividi, ansia. E’ Indellicati a raccontare quei giorni che non si sarebbero più dimenticati.

 E respiro dopo respiro, ecco quei disegni ovunque. La loro narrazione con la loro scrittura. Un prodigio. Disegni col guano dei pipistrelli. Col rosso dell’ocra. Strisciando col pollice sul calcare: ecco come eravamo. Cervi (appunto), capridi, bovidi, cani, un cinghiale, arcieri con gli archi puntati. E uomini, e donne, e bambini. E stregoni e sciamani, e una <divinità danzante>, unica e impressionante al mondo. E villaggi, e case, e alveari con api gigantesche. E barche, e remi, e pali. E strani simboli geometrici, triangoli, quadrati, cerchi incastrati uno nell’altro, criptogrammi. Correndo il pensiero ai simboli sui trulli di Alberobello. Tra astratto e figurativo i nostri remoti Picasso. Compresi vasi di terracotta qua e là. <Il più grandioso complesso d’arte pittorico parietale della tarda preistoria> del Continente, perché tutto raccolto in un posto, scrive Nocera. In quel tratto fossile di un antico fiume sotterraneo. E coste sulle quali, a sigillare tutto, qualche millennio dopo si sarebbe probabilmente riversato uno tsunami dopo l’esplosione del vulcano di Santorini.

 Non c’è film che possa essere più efficace delle foto di Bertolucci. Così come egli stesso scrive, già seimila anni fa ci fu chi sentiva il bisogno di <fotografare> il suo tempo e consegnarlo a chi sarebbe venuto dopo. Nella Puglia <terra che fu>, fra la Grotta Paglicci sul Gargano, fra i resti di Ciccillo ad Altamura, fra la madre con bambina di Ostuni, fra dolmen e menhir. Un passato che le pesa addosso tanto quanto la onora. E che ci dice, ci dice il suo c’era una volta.