Ecco come si condanna il Sud ad emigrare

Venerdi 10 gennaio 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Sì, io ne ho quattro e tre sono fuori. Io due, tutti due fuori. Anch’io due, uno fuori e una per ora qui. Questi sono i discorsi come cantilene che si sono ascoltati nei giorni delle vacanze appena conclusi. Fuori sono i figli, detto da genitori cui si inumidiscono ancòra gli occhi nonostante il tempo che passa. I figli del Sud e del destino di dover andare via. Di un Sud che si svuota, che in quindici anni è come se avesse perso una città delle dimensioni di Napoli. Ma non solo loro, perché dal Nord i ragazzi lasciano l’Italia, vanno all’estero. E anche le loro famiglie capiscono ciò che non si sono mai preoccupate di capire del Sud. Intanto le culle sono lì e non nascono nuovi italiani. Mentre non si fa altro che parlare di immigrati, come se fosse il vero problema nazionale. Sempre gli sbarchi, mai gli imbarchi.

 Il grande esodo dal Sud non è una novità. Ma poi arrivano Natale o Ferragosto a farci capire quanto grande sia. Quando i giovani del Sud tornano per poi ripartire, una sorta di penitenza cui non ci si abitua mai. Un esplodere di voci e poi di nuovo silenzio. Siamo nell’era dei computer ma sembra che si sia rimasti al tempo in cui quella <puttana della Mèrica> se li prendeva tutti. Con certi racconti: <La Carmela restava giovane senza marito con una creatura al petto. E poi partiva il figlio unico di mastro Antonino, e Ciccio Spiga, e il marito di Maruzza la biondina. Chi poteva contarli? E i meglio giovani del paese andavano a lavorare in quella terra incantata che se li tirava tutti come una malafemmina>.

 Alla larga dalla retorica. Ma non si può stare alla larga da una sensazione come una sentenza: nascere al Sud significa dover partire. E da sempre, come se non fosse cambiato mai niente. Dice il poeta Franco Arminio che il Mezzogiorno è come un malato grave che non si cura. Con la malattia che avanza, indisturbata. Come fa un’altra malattia: l’assuefazione. Quella che convince troppo Sud che così è e così deve andare. Quella che convince che non ci sia più niente da fare. Quella che fa ritenere i problemi del Sud un elemento del paesaggio come un albero o una spiaggia. E inchioda troppi meridionali a una colonizzazione mentale che fa accettare tutto come se fosse naturale. Come se fosse insito nel sangue meridionale.

 Su questo spirito sopito ha sempre fatto breccia la narrazione interessata secondo cui, in fondo, il Sud sconta il fatto di essere come è, in pratica di essere Sud. Un cromosoma. E che quindi ogni colpa sia sua. Quella dell’incompleto sviluppo e quella dei figli che partono. Con chi ve la prendete se siete così? Ed è inutile che si faccia qualcosa per voi, perché non ve la meritate ed è uno spreco. Siete solo un fatto criminale, non vi rimboccate le maniche, volete sfruttare gli altri. Al massimo vi concediamo che la colpa sia delle vostre classi dirigenti. Con conseguente clientelismo, assistenza, corruzione, voragine di soldi che vi abbiamo dato. E di politiche fallite da voi perché con voi così va.

 Che molti meridionali ne siano convinti, è sicuro. Poi un meridionale va al Nord e come per magia è il migliore di tutti. Ma come? Se un meridionale è efficiente gli dicono che tu non sembri meridionale, come ti permetti? Infischiandosene di un premio Nobel come l’indiano Amartya Sen, secondo il quale l’uomo è figlio del suo contesto. Se gli dai quel contesto, puoi pure accusarlo? E’ vero, come cantava Fabrizio De André, che dal letame nascono i fiori, ma non puoi stare sempre a fare il fenomeno. E insegna la sociologia comportamentale che la povertà alimenta il peggioramento, è difficile che si possa dare tanto se non hai i mezzi di chi nella povertà non è.

 Che questi mezzi siano impari, ormai è più chiaro di un mattino d’estate. Ci volevano i Conti pubblici territoriali, cioè il ministero dell’Economia, a confermare che da almeno dieci anni vengono sottratti al Sud 61 miliardi all’anno che vanno al Nord. Insieme a strade e treni, insieme a servizi pubblici di serie B perché lo Stato spende per ogni cittadino meridionale meno che per uno settentrionale, non il contrario. La parità di mezzi di partenza servirebbe non solo a fare giusto un Paese ingiusto. Ma servirebbe a sgombrare il campo. Servirebbe a eliminare gli alibi di chi al Sud e al Nord ha convenienza che il Sud resti così.

 Insomma bisogna finirla di scambiare le cause con gli effetti. Un’impresa che non apre non è la causa dell’incompleto sviluppo del Sud, ma l’effetto di quell’incompleto sviluppo. E non si può creare una mentalità imprenditoriale dove tutto congiura perché non la si abbia. Con un contesto di mezzi insufficienti per 61 miliardi l’anno. L’effetto più grande sono i giovani che partono a caccia di lavoro. Ora che tutto questo si sa, chi avrà ancòra il coraggio di guardare negli occhi quei giovani?