Aboliamo Sanremo per salvare l’Italia

Sabato 1 febbraio 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Abolire Sanremo. Sapete qual è la verità? Finché ci sarà quel Festival, l’Italia non cambierà mai come non cambia mai quel Festival. Sempre uguale a se stesso come una malinconia. Sempre appiattito su un rito stanco come una vecchia utilitaria che non se la fida più. Sanremo è come quelle domeniche mattina in cui ci si trascina per casa in pantofole sbadigliando e stropicciandosi fra qualche residuo olfattivo della notte e qualche rancido svaporare di ragù. L’Italia della guantiera di dolcetti e dei pomeriggi annoiati. L’Italia delle firme che non si mettono e delle opere che non si fanno. L’Italia dei rinvii e delle riforme che riformano solo le precedenti riforme. L’Italia della tv con la faccia di Salvini che citofona alla gente, quella di Di Maio col risino stampato, quella della Meloni incazzata come una biscia, quella di Renzi da primino della classe e quella di Zingaretti che dice il governo va avanti. Di tanto in tanto riappare Berlusconi per farci sapere che la Jole Santelli non gliel’ha mai data benché la conosca da vent’anni.

 VIVACE COME UNA MUMMIA L’Italia di Sanremo è quella immobile da 70 edizioni, correvano gli anni del dopoguerra e Nilla Pizzi cantava <Grazie dei fior>. E’ l’Italia in cui non si potrà mai fare una rivoluzione perché abbiamo famiglia. O in cui la rivoluzione è rinviata perché fuori piove. E’ l’Italia del cambiare tutto affinché non cambi nulla. L’Italia che accusa il Sud per sfruttarlo meglio. L’Italia cialtrona dei farabutti che la polizia cattura e la magistratura libera perché le leggi le ha fatte un Parlamento che loda la polizia ma non disdegna i farabutti. L’Italia in cui è meglio non fare le Olimpiadi a Roma altrimenti rubano come assassini. L’Italia in cui non c’è appalto pubblico che non abbia una tangente incorporata. L’Italia in cui i giovani se ne scappano all’estero ma nessuno se ne importa, i paesi si spopolano ma se ne accorgono solo dopo i terremoti, i figli non si fanno perché chi se li cura, non si pensa al domani perché non c’è speranza che sia migliore. L’Italia paralizzata che non cresce da vent’anni e la colpa è sempre di quelli che stavano prima. L’Italia che come la metti e metti, il vero problema sono gli immigrati. L’Italia della scuola che non può comprarsi la carta igienica e della cultura che non darebbe da mangiare. L’Italia di una marca di poltrone e di un farmaco per la prostata che non sono delle pubblicità ma una persecuzione. L’Italia bizantina e burocratica in cui la linea fra due punti non è una linea ma un arabesco.

 Dice: ma che c’entra Sanremo? Sanremo che è un concentrato di novità come lo è la mummia di Tutankhamon. Sanremo la cui annuale scelta del conduttore è più seguita di quella di un papa. Sanremo che è come la Dc che nessuno diceva di votarla ma tutti la votavano, anzi molti turandosi il naso come insinuava Montanelli. Sanremo che è sorprendente come una replica, 2.0 come un pallottoliere, alla moda come un vintage, giovane come una settantenne, diverso  come una fotocopia, moderno come un residuato. E Festival che vanta tuttavia di avere la sua forza nella sua debolezza, il massimo del suo cambiamento nella tradizione, la sua attrattiva nella mancanza di attrattiva, il suo segreto nell’essere sempre se stesso. Un’Italia di conservazione più che di innovazione, di vecchio che avanza e di futuro che non è più quello di una volta.

 TRUCCO DELLE POLEMICHE Sanremo che è Sanremo anche nei trucchetti inediti come un copia-incolla per attirare attenzione e spettatori. Così quest’anno gli uffici promozione ti inventano l’invito a Rula Jebreal, la giornalista palestinese con passaporto israelo-italiano del tutto incapace di cantare ma capacissima di scatenare risse ad ogni sillaba. Spingono sull’invito a Rita Pavone che in verità non canta da tempo ma proprio per questo ci sarà come se fosse ancòra tempo di cantare <Cuore>. Il conduttore (eccolo) Amadeus che parlando della fidanzata di Valentino Rossi ne loda la capacità di stare un passo indietro rispetto a un grande uomo, scatenando tanto la femminea ira funesta quanto il chiacchiericcio nazional-popolare. E l’inevitabile cattivo della situazione è pronto impacchettato in tal Junior Cally, uno vestito come una lucertola e con un passato canoro di donne gorgheggiate come potenziali oggetti di stupro. Chiedendoti perché lo hanno ammesso senza capire che lo hanno ammesso perché se avesse trattato le donne come signore nessuno si sarebbe filato né lui né il Festival.

 Ultime notizie da film già visto: ospitate da 300 mila euro a Benigni e 140 mila a Georgina, compagna di Ronaldo. Ma è morale o immorale spendere tanto senza avere neanche un Einstein? Per questo bisognerebbe abolire Sanremo e l’Italia conseguente: per evitare la solita domanda mentre quelli non solo continuano a fare così ma proprio per questo arrivano alla 70ma edizione. E l’Italia alla dissoluzione.