’La pelle che abito’ Almodòvar affascina

Mercoledì 28 Settembre 2011 da la ’Gazzetta del Mezzogiorno ’

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LA PELLE CHE ABITO – di Pedro Almodòvar. Interpreti: Antonio Banderas, Elena Anaya, Maria Paredes. Drammatico, Spagna, 2011. Durata: 1h 51 min.
 
Strapazzatissimo dalla critica questo ultimo Almodòvar, anche quella critica che non avrebbe mai voluto fargli un graffio. Ma che di sicuro ha ecceduto in virulenza sanguinaria, forse per imitare il tema del maestro spagnolo. Non è il suo miglior film. Ma dire, come è stato detto, che non trasmette né passione né emozione è come pretendere che un riso in bianco diventi pastasciutta. Invece la storia tiene avvinti fino all’ultimo. E se c’è qualche lungaggine, qualche involontaria comicità, qualche caduta di tono, è perché anche Almodòvar di tanto in tanto non è in formissima. Ma sempre Almodòvar rimane, mica un cinepanettone.
 Toledo 2012, villa-clinica supertecnologica e superricca del chirurgo plastico Antonio Banderas. Il quale ha abbandonato la camera operatoria per dedicarsi a ricerche ed esperimenti su nuovi tipi di pelle trans-genica (quindi proibita anche in Spagna). Lo fa da quando la moglie è morta suicida dopo essere rimasta orribilmente ustionata in un incidente stradale. Con lui vivono la fida governante (chissà se governante) Maria Paredes. E, segregata in una stanza, una strana giovane bella paziente (Elena Anaya), avvolta in una tutina aderente color carne che in verità è una nuova pelle (“La pelle che abito”). Che ci fa lì, chi sia, come mai non esce non si rivela perché è il succo del film. Basta dire che dietro al tutto c’è una orribile vendetta.
 A metà fra l’horror, il “nero”, il thriller e il grottesco, il difetto è proprio in tutto questo a metà. Ma regge la capacità visionaria. Regge la maestria dei colpi di scena. Reggono i paradossi. E si ritrovano anche qui le ossessioni care al nostro regista: la confusione fra i sessi, l’amore come possesso, raffinate torture, equivoche doppiezze di ogni genere. E’ vero anche che le scene si raffreddano quando ci si aspetterebbe che diventassero incandescenti e viceversa, ma questo non vuol dire che la narrazione non intrighi.
 Anche il grande Banderas (ma che ci fa alle donne?), tornato con Almodòvar vent’anni dopo “Legami”, risente del clima: è torvo ma non troppo, è maledetto ma non troppo. Piuttosto, le critiche sono giuste per uno strano personaggio tigrato che compare per qualche minuto, fa un mezzo sfracello e scompare senza rimpianti. Serve alla trama, ma francamente è ridicolo, con quella coda.
 Conclusione: Almodòvar va visto, compreso questo. Anche se non possiamo pretendere sempre che ogni suo respiro sia indimenticabile.