C’eravamo tanto ...ricordati

Lunedì 17 febbraio 2020 da

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GLI ANNI PIU’ BELLI – di Gabriele Muccino. Interpreti: Pierfrancesco Favino (Giulio), Kim Rossi Stuart (Paolo), Claudio Santamaria (Riccardo), Micaela Ramazzotti (Gemma), Emma Marrone (moglie di Riccardo). Commedia, Italia, 2020. Durata 2h 7 min.

 Certo, <Gli anni più belli> sono per tutti quelli della giovinezza. Che <si fugge tuttavia>, come sapeva bene quel marpione di Lorenzo de’ Medici. Sono gli anni che hanno tutti gli anni davanti ma anche del <diman non c’è certezza>. Qui sono gli Ottanta delle discoteche, degli scontri di piazza (in realtà di un decennio prima), della generazione che crescendo vede man mano la caduta del Muro di Berlino, Tangentopoli, Berlusconi, l’11 Settembre. Anni in cui anche i nostri quattro scavezzacollo se la vivono fino a diventare i cinquantenni di oggi.

 Sono Giulio, che da figlio di un meccanico manesco diventa avvocato di grido. Paolo eterno precario della scuola fino alla cattedra di italiano e latino nel liceo. Riccardo, spiantato e sempre indebitato aspirante giornalista e tanto altro. Gemma romantica e squinternata che finisce per passarseli tutti tre. Contrariamente a quelli del ’68, non vogliono cambiare il mondo e poi il mondo cambia loro. Sono i figli dell’edonismo. E infatti alla fine, quando con i capelli brizzolati si ritrovano e fanno il solito bilancio, dove siamo arrivati, dicono che loro in fondo devono pensare alle cose che li fanno stare bene, non c’è niente di male essere leggeri, e il resto vada come vuole. Figli dell’individualismo quanto quelli di prima figli della contestazione e degli ideali. Sono dei <sopravvissuti>.

 Certo non mancano battute tipo <col tempo tutte le idee grandiose si mettono in fila>. Ma anche la sentenza consolatoria di madre Teresa di Calcutta, <le cicatrici sono il segno che è stata dura, il sorriso è il segno che ce l’hai fatta>. Troppo consolatoria se poi ammettono che <la nostra generazione non si è presa responsabilità, non lascia niente ai figli>. Anche se gli iniettano morali tipo <non fare mai compromessi con niente e nessuno>. Loro che sguazzano fra corruzioni, fallimenti, corna a gogo. E figli che, invece di parlargli, gli mandano le faccine. Pezzo forte l’amicizia fra i quattro, ma in fondo poca roba.

 Sono tutti temi su cui Muccino arriva buon ultimo. Fra echi di film su compagni di scuola che si ritrovano (<Il grande freddo>, Kasdan, 1984), Dino Risi ma soprattutto il <C’eravamo tanto amati> di Ettore Scola con tanto di sogni politici e collettivi pur traditi, non solo di semplice destino personale come questi. Quello della famosa battuta di Age e Scarpelli: <Il futuro è passato e non ce ne siamo neppure accorti>.

 Muccino, che pure fa film che piacciono al pubblico, volta qui tutto a melodramma, col solito ritmo adrenalinico, senza mai andare più a fondo, e dilatando tempi (e tradimenti). Fra ottime ma insistite interpretazioni (compresa l’inedita Emma Marrone) e soprattutto la musica di Nicola Piovani, più top fra gli U2 e i Simple Minds, Baglioni e Bennato. Insomma lo sfondo della grande storia per (troppo) piccole storie.