Io Guastafeste in crisi da virus

Sabato 14 marzo 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

E’ vero che buona parte dei capolavori letterari sono figli del dolore. Ma sembra difficile che qualcosa di minimamente sensato venga fuori dalla depressione. Così si trova questo Guastafeste nel tempo dell’#Italiarestaincasa. Chi deve guastare le feste altrui deve parteciparvi, altrimenti cosa guasta? E le feste per almeno un mese sono da galera, perché non si sfida così un virus affamato. Né potremo irrompere fra più di due persone a distanza di insicurezza. Già abbiamo schivato la pantera che s’aggirava per la Puglia e che starà in quarantena pure lei. E poi, questo guastafeste, tu la prendi alla leggera. Ma secondo quelli colti che sparano libri da 700 pagine a botta, è stata addirittura una figura attiva per più di tre secoli nella teoria e nella filosofia politiche. Il presente Guastafeste assicura che avveniva a sua insaputa. Come i politici che per tangente si vedono intestare una casa e non ne sanno niente neanche all’uscita dal notaio.

 PERSONAGGIO STORICO Allora, dice la filosofa Francesca Rigotti, il guastafeste è un tipo <maleducato e impunito>. Ma anche <osannato e festeggiato>, un <disturbatore  dell’ordine, che non sa né dove è oggi né chi sarà domani>. Insomma un mutante come un Avatar della fantascienza. Per dirla terra terra, il guastafeste è quello che quando si va al bar e tutti prendono caffè, lui prende il the ché bisogna aspettare mezzora prima che si raffreddi. Come nel film <Così parlò Bellavista> di Luciano De Crescenzo. Dove il portiere del palazzotto napoletano in cui abita un ragioniere milanese da poco trasferito, dice sgomento a tutti che quello non beve ‘o caffè, chille beve ‘o the, come se fosse un alieno di sconosciuta natura antropologica.

 Ma non è che una filosofa può metterla sul cacchieggio. Il guastafeste esordisce addirittura in un’ode del poeta latino Orazio, laddove parla di un giovane soldato che non nasce <robustus> ma lo diventa con la dura disciplina militare. E’ quella con la quale gli viene fatto credere che <dulce et decorum est pro patria mori>, è dolce e decoroso morire per la patria. Concetto forse oggi superato come una medicina scaduta. Vedi gli americani, che hanno fatto le ultime guerre nel mondo senza voler morire, ci pensino gli aerei e i droni, e infatti le hanno perse tutte. Anche perché il soldato <robustus> non ci mette molto a diventare <malitiosus>, diciamo a capire come va il mondo. E quindi, con le ovvie eccezioni da medaglia d’oro, a guastare la festa del sacrificio supremo eccetera eccetera.

 Poi del guastafeste si occupa addirittura un sommo come Rousseau, che vede in lui il disturbatore della pace che trasforma il selvaggio in cittadino. Concludendo, Francesca Rigotti, che questa azione di disturbo (e non di distruzione) è importante e desiderabile per smuovere la pigrizia del mondo. E trasformarlo (migliorarlo?) con la sua fantasia e immaginazione. Perché, diciamoci la verità: questo guastafeste è una rottura, sempre lì a sputare sentenze, sempre lì a confonderti, sempre lì a guastarti non solo la festa. Saccente e rompiscatole da trattare come il Grillo parlante di Pinocchio, una scarpata e via. Il <di più> della situazione, che se non dice la sua non campa.

 ROMPERE E’ UN’ARTE Perciò il presente Guastafeste rischia sempre di finire dallo psicologo. Con una auto-domanda alla Marzullo: meglio guastare la festa agli altri non facendosi i fatti propri, o meglio non guastare neanche i fatti propri partecipando alla festa degli altri? Perché è dura dire sempre, no, non è così. E i giorni sono così una fatica che non è che ci può stare sempre uno a obiettare che se tu credi che una cosa vada colì, invece va colà. Ma ad onore della categoria, ci sono i guastafeste creativi. Cosa era il girasole? Un sostantivo maschile per dire di una pianta erbacea a fusto ruvido, con foglie ovate o cuoriformi seghettate, fiori in capolini inclinati. Tolto lo struggente <capolini>, il resto era un fiore vistoso ma bruttarello. Finché finché di lì non ci passò un guastafeste come Van Gogh. Il quale con qualche pennellata fece del girasole un capolavoro. Che ora vale milioni.

 Così come tutti noi, sui muri della città, vediamo nostro malgrado manifesti sgualciti, stracciati, penduli. Una bruttura, perché non li tolgono? Finché anche di lì non passa l’occhio molesto di tal Mimmo Rotella, artista calabrese, il quale ha l’<illuminazione zen>: i pezzi di manifesto con come un fastidio ma uno sull’altro come opera creativa. Nasce il celebrato <decollage>. E uno come il pubblicitario Lorenzo Marini? Un cieco in piazza chiede la carità. Passa lui e gli scrive: come sarebbe bello se anch’io potessi vedere questa giornata di sole. E’ la svolta. Tutti tre a modo loro guastafeste, a fin di bene, si dice. Ma vedi come deve arrampicarsi un Guastafeste come chi scrive per dare un senso alla sua (e generale) casalinga reclusione virale.