Eil mondo s’inchini davanti all’Italia

Venerdi 20 marzo 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Un modello. Così l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito l’Italia nel momento in cui l’Italia ne avrebbe volentieri fatto a meno. Il Paese che i tedeschi accusavano di essere l’untore d’Europa mentre il <paziente zero> veniva proprio da loro. Gli arroganti francesi che ci sfottevano disegnando un pizzaiolo che starnutisce dritto sulla pizza. Il giornale americano <New York Times> che parlava di Milano come la nuova Wunan. La fru fru della Lagarde che ci faceva perdere in un giorno il 17 per cento alla Borsa con una gaffe chissà se involontaria. L’Austria che ci chiudeva le frontiere in faccia dalla sera alla mattina. E tutta la solidarietà sempre gradita ancorché untuosa di monumenti illuminati bianco rosso e verde a Dubai e Tel Aviv, a Gerusalemme e Belgrado. Con Trump che scriveva <I loves Italy> con le frecce tricolori nel cielo e le note di <Nessun dorma>.

 Finché ci ha pensato purtroppo il virus a farci giustizia. Con quelli che ci davano lezione tanto sicuri di sé da non poter mai cedere al panico come questi emotivi di italiani. Macron che chiude scuole e bar ma fa andare a votare per il sindaco di Parigi. La Merkel che annuncia un 70 per cento di tedeschi a rischio ma lascia tutto aperto. Boris Johnson che parla di necessaria morte in massa ma i pub no, non si chiudono. Lo spagnolo Sanchez che si decide a imitare l’Italia solo quando scopre che la moglie è positiva al tampone. E Trump che dovrà proprio a un virologo di origini italiane, Tony Fauci (nonni siciliani e napoletani), la difesa dell’America. Ora sono tutti asserragliati con cosa? Col metodo italiano.

 Perché alla fine l’Italia è diventata l’esempio triste per tutti, facciamo come stanno facendo loro. Sappiamo che non abbiamo fatto sempre bene, l’inizio stentato e le Regioni anarchiche. Sappiamo dei ricchi del Nord che se la sono filata nelle ville in Versilia e in Sardegna. E sappiamo dei ragazzi del Sud che sono scesi in massa a casa portando con sé il pericolo. Ma sappiamo anche che non ci amiamo molto, siamo campioni di autodenigrazione. Considerati dagli altri non meno che da noi stessi come i soliti furbi, improvvisatori, inaffidabili, simpatici ma indisciplinati. E che anche in questa occasione ci mettiamo a fare casino dai balconi e ce ne andiamo troppo in giro invece di starcene tutti a casa.

Ma sappiamo anche altro, e ce lo sta dicendo questa maledizione cui opponiamo umanità e bravura. Quando ne scriveranno i libri di storia, si ricorderanno di quella infermiera che crolla stremata sul suo computer a Cremona (e la fotografa una dottoressa di Altamura che lì stesso soffre). Si ricorderanno di tutti gli altri che a fine giornata hanno il volto tumefatto dalle mascherine mai tolte. Si ricorderanno di quelli che per tre giorni consecutivi sono rimasti nell’ospedale di Codogno mentre saliva il terrore. Si ricorderanno dei medici che fanno turni di 12 ore e non se la sentono di lasciare le rianimazioni. Si ricorderanno dei farmacisti primi consolatori di paure. Si ricorderanno dei volontari che portano pane e latte agli anziani soli. Si ricorderanno delle donne e degli uomini della protezione civile sempre all’erta nell’assalto dei ricoveri. Si ricorderanno degli insegnanti che cercano di non far mancare le lezioni ai loro ragazzi. Si ricorderanno di chi dona perché se ne salvino sempre di più. Si ricorderanno di un popolo che non ha avuto una isteria, un cedimento, un assalto ai forni mentre chi non ce la faceva se ne andava senza un saluto e ogni sera era una pietosa litania di numeri. Si ricorderanno di quante volte si è detto che sì, ce la faremo.

 Quando tutto sarà finito, quando l’Italia si sarà rialzata, quando sarà alle spalle il dramma più grande dopo la guerra, non sarà una retorica l’orgoglio di un Paese sfinito che ha ritrovato se stesso. E mentre solo fino a qualche giorno prima sembrava perduto nella sua guerra civile permanente, nella sua malattia non da virus ma da essere italiani. Un popolo mai unito ma capace di venirne fuori sia pure solo dopo aver toccato il fondo. Un popolo capace di resistenze infinite e che da tremila anni è sulla scena dell’umanità. Un popolo pieno di talenti, quell’insieme di bellezza, creatività, generosità, ingegno invidiato da chi anche questa volta lo ha trattato con sufficienza.

 Difficile dire se dopo nulla sarà come prima o se tutto sarà come prima. Difficile dire se non ci potrà anche servire. Difficile dire se anche dopo questa guerra ci sarà un nuovo miracolo seppur molto improbabile. Ma questo è il popolo di Bocelli e Armani, di Renzo Piano e della Ferrari come un tempo lo fu di Leonardo e Dante, Galilei e Michelangelo. Si racconta che quando Londra fu nella sua ora più buia, la difesa fino alla morte da Hitler, nella capitale spettrale e deserta un solo barbiere rimase aperto. Era di un tale Gennaro Esposito. Un italiano. Anzi, vedendo il nome, meglio.