Una parola al giorno. Chi dice casa dice Sud

Domenica 22 marzo 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Ché non è che dire casa al Sud sia lo stesso che dirlo altrove. Afferma lo scrittore torinese Luca Bianchini, uno che dalle nostre parti è appunto <di casa>, che il Sud è casa. Non basta accogliere e stare insieme, devi andare <alla casa>. Ti assicurano: vieni, la casa è tua, anche cinque minuti. E se non ci vai è un tradimento, ché peggio del Giuda impiccato si finisce. E quando arriva in Puglia, lui non deve farlo sapere, tutti a fare a gara ad invitarlo. Dove? A casa, ovvio.

 Questo la dice lunga su come ogni meridionale consideri la casa: una parte di sé. Un’aggiunta al nome e al cognome. Il proprio corpo più grande, come dice il poeta libanese Khalil Gibran. Magari non solo al Sud. O magari altrove si portano l’ospite al ristorante. Quando un vecchio immigrato tornava al Sud da una delle tante diaspore terrone, tornava dalle <valigie di cartone> o dai <bastimenti per terre assai lontane>, il modo di investire i soldi del sudore e della malinconia era aprirsi un <Casalinghi>. Tema fisso. E questo la dice lunga anche, a proposito di tradimento, quale deve essere stato, al Sud, dover stare a casa non per scelta ma per obbligo. Trasformare un amore in rigore, un piacere in dovere.

  Casa è il posto in cui si vuole stare quando fuori piove. Casa è ora il posto in cui non si vuole stare mentre fuori si muore. Col paradosso, spiegano gli psichiatri, che starci per forza possa essere talmente stressante da abbassare le difese immunitarie. Cioè rendere vulnerabili al virus tanto quanto stare fuori. Contagiarsi in salotto, si potrebbe dire con una battuta non in atmosfera.

 Ma in casa bisogna starci, senza se e senza ma. Il segreto sarebbe dare un nuovo valore al tempo e allo spazio lì vissuti fra quattro pareti. Più facile a dirsi che a farsi. Anche se le più premurose istruzioni per l’uso ci suggeriscono un campionario di cose che in casa si potrebbero fare e che nessuno di noi saprebbe per disabitudine. Mettere le carte a posto. Cucinare. Leggere, se non è considerato un insulto nel Paese meno lettore d’Europa. Vedere in tv un bel film perduto. Imparare anche, perché no, ad apprezzare la noia come dice la filosofia Zen. Quello Zen proprio incapace di convincersi che da noi non attacca con i suoi ragionamenti secondo cui il vuoto non è mai vuoto, lo si può vivere in quanto tale. Il vuoto? Potessimo metterci una faccina, sarebbe una faccina con l’interrogativo in testa e i denti digrignati.

 Eppure la casa ad oltranza è l’unico argine contro un dolore troppo grande. Contro un flagello che appare sempre più <non a misura d’uomo>, scriveva Albert Camus nel suo <La peste>. Soprattutto contro un nemico tanto più presente e minaccioso quanto più invisibile. Uno che usa il tuo corpo per riprodursi. Uno che ti colpisce al primo sbaglio. Quella casa ora tanto sopportata ma che è invece l’oscuro oggetto del desiderio della stragrande maggioranza degli italiani. Non c’è altro popolo al mondo che ne voglia essere proprietario come in effetti lo è. Mettere casa significando non solo acquistare <l’appartamento>, ma dare un senso alla propria vita. Un traguardo. Una sicurezza che va al di là del posto in cui tornare la sera.

  Casa vuol dire, ce l’ho fatta. Coincidendo col mettere famiglia o simili. Confermando ma anche smentendo la sentenza dello scrittore inglese Thomas S. Eliot, secondo cui casa è da dove uno inizia. Ma da noi anche dove finisce il tragitto di ricerca della cosiddetta <sistemazione>. Ciò che pure letteralmente significa basta con la peregrinazione non solo fisica ma psicologica, significa appunto <stare>. Perché <stare> bisogna soprattutto nell’ora di un dramma e non di una farsa, con tutti quelli che se ne vanno in giro come se non fosse una maledetta primavera. Quelli incapaci, appunto, di <stare>. Quelli incapaci di rispettare una regola che ora è etica e dignità verso se stessi e verso gli altri. Quelli incapaci di capire la proporzione quasi biblica: <E il Signore mandò una mortalità nel popolo>.

 Visto che l’orrido Corona è roba cinese, sono proprio i caratteri di quella scrittura a dire che crisi vuol dire anche opportunità. Di cosa, tutto da scoprire. Per ora conta solo non morire come tanti, come troppi. Riecheggiando una nota pubblicità, si può dire <Dove c’è Covid-19 c’è casa>. Meno male, urge convincersene al più presto.