Non sia il Sud a pagare la rinascita del Nord.

Venerdì 27 marzo 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Tutti a casa per dissanguare il virus. E non è il momento delle polemiche. Ma se nulla dovrà restare come prima, è meglio dirlo ora che si fa ancòra in tempo. Non dovranno più esserci una privilegiata sanità del Nord e una penalizzata sanità del Sud. Non dovrà più esserci una sanità per ogni regione. Non dovrà più esserci una tratta dei ragazzi del Sud, attirati e accolti al Nord per arricchirlo e spinti ad andarsene quando non fa più comodo. Non dovranno più essere usati come un bancomat per il Nord quei fondi destinati al Sud per mitigare una storica ingiustizia. E giù le mani dai fondi europei, che anche questa volta si vorrebbero portare altrove.

 Sanità. I soldi del Fondo nazionale vanno per il 42 per cento al Nord, per il 20 per cento al Centro, per il 23 per cento al Sud, per il 15 per cento alle Regioni a statuto speciale. Fra il 2012 e il 2017, le Regioni del Nord hanno ottenuto una media annua di 944 milioni l’una in più di quelle del Sud (esempio 900 milioni in più all’Emilia Romagna rispetto alla Puglia con una popolazione quasi simile). E’ stata la Corte dei conti a dire che i <livelli essenziali di assistenza> non sono uguali su tutto il territorio nazionale. Posti letto: 3,37 ogni mille abitanti al Centro Nord, 2,82 al Sud. Personale sanitario: al Centro Nord 12,1 dipendenti ogni mille abitanti, 9,2 al Sud. Se la Puglia fosse stata trattata come l’Emilia, avrebbe oggi 16.662 medici e infermieri in più.

 Ancòra. Tutto questo provoca una migrazione media del 10 per cento dei pazienti meridionali verso gli ospedali del Nord. Ciò che ogni anno costa al Sud quattro miliardi e mezzo che vanno ulteriormente ad arricchire il Nord e ad accentuare il divario in Tac, risonanze, reparti, specializzazioni. Secondo l’Istat, ormai il 10 per cento delle famiglie meridionali rinuncia a curarsi e la vita media si è accorciata al Sud. E quanto alle terapie intensive oggi vitali, ce n’è una ogni 11 mila abitanti al Nord, una ogni 14 mila al Sud. Tutto ciò non cancella colpe del Sud ove ci siano. Non spiega perché la sanità da alcune parti funzioni meglio che in altre. E non giustifica una gestione politica che sceglie i primari più in base alla tessera che alla competenza.

 Vogliamo tutti che l’amata grande accogliente Milano esca al più presto dal suo (e nostro) dramma. E oggi siamo tutti di Bergamo. Ma non è più possibile che ogni sanità faccia di testa sua per ogni regione, specie quando come ora l’epidemia è nazionale. Anzi mondiale. Altro che maggiore autonomia in una Babele d’Italia. E la Lombardia dal decantato sistema sanitario dovrebbe domani chiedersi se aver devoluto quasi metà delle sue risorse alle cliniche private convenzionate sia stata la scelta giusta, magari creando una sanità per i ricchi e una per gli altri. Cosicché oggi non ci sono terapie intensive per tutti visto che i privati non se ne occupano perché troppo costose e poco redditizie.

 I ragazzi del Sud che hanno preso i treni del ritorno (portatori o no del virus) non erano solo studenti. C’erano tanti (pizzaioli, baristi, addetti ai servizi) che non sapevano come vivere alla chiusura dei locali. Nessuno ha bloccato quei treni, solo tardivamente il governo. Erano sicuramente un alleggerimento per la sopradetta sanità lombarda. Quindi non fermati pur dovendosi fermare qualsiasi cosa si muovesse col pericolo di contagio.

 Chissà se è ottimismo infondato o iniezione di fiducia o saggezza pensare già al sospirato domani. Col Sud ancòra in lotta come il Nord e con l’incubo del picco, se ci sarà. Forse, come dice qualcuno, avremo una grande generosa ricostruzione da dopoguerra. O forse una nuova Grande Depressione come nel 1929. Ma in Italia non ci sarà alcun piano Marshall. E quanto all’Europa non meno colpita, non si sa mai se e quanto contarci. Così l’Italia di questi giorni già mostra crepe. Chiedono tutti. Chiedono gli industriali. Si lamentano i sindacati con l’insano proposito di un sciopero generale mentre la gente muore. Fibrillano i partiti orfani di visibilità. Si diffondono ombre di tensione sociale allorché si conteggeranno i danni e si cercheranno soluzioni.

 E poi i soldi del Sud. Che già meditano di spostare verso il cuore produttivo del Paese. Perché soprattutto quello dovrebbe ripartire, e verso gli altri qualcosa sgocciolerà. Lombardia e Veneto in testa. Spostare anzitutto i soldi europei. Se ne tengano giù le mani, proprio mentre tutti sanno degli 840 miliardi sottratti al Sud in 17 anni con la spesa storica che dà sempre agli stessi e toglie sempre agli stessi. Sarebbe un crimine verso la famiglie del Sud sottrarre altro. Dietro le finestre illuminate si svolge in questi giorni la vita segreta di ciascuno di noi. L’unità nazionale la stanno facendo le finestre. Ma non si approfitti anche del virus per lasciare due Italie quando le finestre si apriranno dopo i <giorni d’inferno>.