Ma Ponzio Pilato non aveva capito

Sabato 28 marzo 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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 Che sia chiaro a tutti: mi lavavo già le mani. Me le lavavo come un maniaco. Nei momenti di più bassa pulsazione, me le lavavo più volte del battito cardiaco. Anche se ero per un safari nel deserto del Sahara, cercavo un rubinetto. Quando ero ospite in casa altrui e chiedevo ogni dieci minuti un bagno, mi prendevano per incontinente prostatico col pannolone e invece ero solo un incontinente igienico col coccolone. Mi sembrava sempre che in giro ci fosse qualcosa che ce l’avesse giusto con le mie mani. E andavo a lavarmele anche dopo essermele passate con le salviettine profumate che me le facevano sentire sporche di salviettine. Me le lavavo a ogni portata del pranzo o della cena. Passavo più tempo col sapone che con me stesso. E quando non riuscivo a farlo, diventavo più irascibile di un pipistrello cinese. Ora che contro quel bastardo di virus ce lo raccomandano per non diventare positivi, mi sento come Salk che sconfisse la poliomielite, o Pasteur che sviluppò il vaccino, o Armani che ha inventato uno stile.

 LAVARSI LE MANI La piazza ce l’ha rovinata quell’inetto di Ponzio Pilato, che hanno fatto passare per un Cristoforo Colombo della storia e invece era un applicato aggiunto di segreteria. E che lavandosi le mani davanti a Gesù ha messo in croce anche noi igienisti. Perché ha fatto passare il lavarsele (per non rispondere <del sangue di questo giusto>) come un declinare responsabilità, non volersi compromettere più che lavarsele davvero. Ma anche ora, il messaggio sbagliato è che l’unico problema delle nostre mani sia il Covid che si può trasmettere come un vigliacco da tutto ciò che tocchiamo. Un problema lo è di sicuro. Ed è bene non avere le mani sporche come un cassonetto della nettezza urbana. Ma ogni buon fanatico della <rupofobia> sa che non avremmo dovuto aspettare la pandemia per farci prendere dalla <paura dello sporco>. Che sia una fobia ossessiva, nessuno lo nega. Molto più benigna delle fobie di chi è convinto, per dire, che il treno per dieci secondi di ritardo lo perda solo lui e che solo per lui piova appena ha lavato la macchina.

 Secondo la solita psicanalisi che sa tutto di noi anche se non siamo mai andati al bar insieme, il <rupofobo> soffre di un disturbo di ansia. E andando sotto l’acqua cerca di sbarazzarsi di una parte nascosta di sé che lo fa sentire sporco. Quindi anche un’etica. Un tipo del genere era il celebre primo ministro inglese Winston Churchill, che ogni tanto non lo vedevi più perché era andato a gettarsi in una vasca da bagno. E che forse per questo, quando tutto nel suo Paese sotto le bombe naziste sembrava crollare, nell’<ora più buia>, se ne usciva col suo <Keep calm and carry>, mantenete la calma e andate avanti anche perché lui stava come al solito all’ammollo. 

  Nell’era prima del Corona, le mani me le lavavo anzitutto quando toccavo i soldi. Lungi da me la cattiva idea di considerarli biblicamente sterco del diavolo, che comunque sarebbe stata una buona ragione. Ma perché raramente mi è capitato di avere soldi puliti, di quelli croccanti appena usciti dalla Zecca che te li saresti mangiati crudi come un polpo. Di quelli non spiegazzati, e di quelli luccicanti come stelle se monete, roba che te li conservavi per collezione manco fossero Bulgari. Anzi erano quasi sempre consumati come carta igienica, che poi quella igienica è igienica davvero perlomeno se mai usata da altri. I soldi, invece.

 IL CAPITANO SCHETTINO Spesso unti e quasi adesivi. Fra la marmellata di amarene e la protezione zero, fra la crema nutriente e il Voltaren. E qua e là macchioline come di focaccia appena mangiata, non la focaccia barese che è buona a prescindere. E un rancido come certe ascelle stagionate, di quelle che su un bus, e non solo d’estate, sono peggio di uno con la tosse che il metro di sicurezza lo crea all’istante. E se uno mi dava la mano e aveva appena sbucciato un’arancia? E se era uscito dal bagno senza passare dal lavandino? E se per la preoccupazione si era grattato la testa orfana di shampoo dalle guerre puniche? E se chiamavi l’ascensore col tastino che ora può essere il luogo più covidizzato del mondo? E che dire di chi ritiene che il primo sapone sia il sistema immunitario che ci pensa da sé? O di chi sostiene che di carenza del medesimo sapone non è mai morto nessuno? O di chi è convinto che per essere felici bisogna sporcarsi le mani?

 Infettivologi americani hanno calcolato che chiunque stia studiando si tocca il viso almeno ventitré volte all’ora, quasi la metà su occhi, naso e bocca. E’ ciò che rischiamo di fare tutti noi oggi. Quindi sapone a minuti alterni anche se il contatto delle mani con la pelle del viso rilascia un ormone che aiuta a calmarci. Ma basta con le chiacchiere e seguiamo tutti il Cipputi del vignettista Altan, memore della mitica imprecazione contro il capitano Schettino della Costa Concordia: <Lavatevi le mani, caxxo>.          Che sia chiaro a tutti: mi lavavo già le mani. Me le lavavo come un maniaco. Nei momenti di più bassa pulsazione, me le lavavo più volte del battito cardiaco. Anche se ero per un safari nel deserto del Sahara, cercavo un rubinetto. Quando ero ospite in casa altrui e chiedevo ogni dieci minuti un bagno, mi prendevano per incontinente prostatico col pannolone e invece ero solo un incontinente igienico col coccolone. Mi sembrava sempre che in giro ci fosse qualcosa che ce l’avesse giusto con le mie mani. E andavo a lavarmele anche dopo essermele passate con le salviettine profumate che me le facevano sentire sporche di salviettine. Me le lavavo a ogni portata del pranzo o della cena. Passavo più tempo col sapone che con me stesso. E quando non riuscivo a farlo, diventavo più irascibile di un pipistrello cinese. Ora che contro quel bastardo di virus ce lo raccomandano per non diventare positivi, mi sento come Salk che sconfisse la poliomielite, o Pasteur che sviluppò il vaccino, o Armani che ha inventato uno stile.

 LAVARSI LE MANI La piazza ce l’ha rovinata quell’inetto di Ponzio Pilato, che hanno fatto passare per un Cristoforo Colombo della storia e invece era un applicato aggiunto di segreteria. E che lavandosi le mani davanti a Gesù ha messo in croce anche noi igienisti. Perché ha fatto passare il lavarsele (per non rispondere <del sangue di questo giusto>) come un declinare responsabilità, non volersi compromettere più che lavarsele davvero. Ma anche ora, il messaggio sbagliato è che l’unico problema delle nostre mani sia il Covid che si può trasmettere come un vigliacco da tutto ciò che tocchiamo. Un problema lo è di sicuro. Ed è bene non avere le mani sporche come un cassonetto della nettezza urbana. Ma ogni buon fanatico della <rupofobia> sa che non avremmo dovuto aspettare la pandemia per farci prendere dalla <paura dello sporco>. Che sia una fobia ossessiva, nessuno lo nega. Molto più benigna delle fobie di chi è convinto, per dire, che il treno per dieci secondi di ritardo lo perda solo lui e che solo per lui piova appena ha lavato la macchina.

 Secondo la solita psicanalisi che sa tutto di noi anche se non siamo mai andati al bar insieme, il <rupofobo> soffre di un disturbo di ansia. E andando sotto l’acqua cerca di sbarazzarsi di una parte nascosta di sé che lo fa sentire sporco. Quindi anche un’etica. Un tipo del genere era il celebre primo ministro inglese Winston Churchill, che ogni tanto non lo vedevi più perché era andato a gettarsi in una vasca da bagno. E che forse per questo, quando tutto nel suo Paese sotto le bombe naziste sembrava crollare, nell’<ora più buia>, se ne usciva col suo <Keep calm and carry>, mantenete la calma e andate avanti anche perché lui stava come al solito all’ammollo. 

  Nell’era prima del Corona, le mani me le lavavo anzitutto quando toccavo i soldi. Lungi da me la cattiva idea di considerarli biblicamente sterco del diavolo, che comunque sarebbe stata una buona ragione. Ma perché raramente mi è capitato di avere soldi puliti, di quelli croccanti appena usciti dalla Zecca che te li saresti mangiati crudi come un polpo. Di quelli non spiegazzati, e di quelli luccicanti come stelle se monete, roba che te li conservavi per collezione manco fossero Bulgari. Anzi erano quasi sempre consumati come carta igienica, che poi quella igienica è igienica davvero perlomeno se mai usata da altri. I soldi, invece.

 IL CAPITANO SCHETTINO Spesso unti e quasi adesivi. Fra la marmellata di amarene e la protezione zero, fra la crema nutriente e il Voltaren. E qua e là macchioline come di focaccia appena mangiata, non la focaccia barese che è buona a prescindere. E un rancido come certe ascelle stagionate, di quelle che su un bus, e non solo d’estate, sono peggio di uno con la tosse che il metro di sicurezza lo crea all’istante. E se uno mi dava la mano e aveva appena sbucciato un’arancia? E se era uscito dal bagno senza passare dal lavandino? E se per la preoccupazione si era grattato la testa orfana di shampoo dalle guerre puniche? E se chiamavi l’ascensore col tastino che ora può essere il luogo più covidizzato del mondo? E che dire di chi ritiene che il primo sapone sia il sistema immunitario che ci pensa da sé? O di chi sostiene che di carenza del medesimo sapone non è mai morto nessuno? O di chi è convinto che per essere felici bisogna sporcarsi le mani?

 Infettivologi americani hanno calcolato che chiunque stia studiando si tocca il viso almeno ventitré volte all’ora, quasi la metà su occhi, naso e bocca. E’ ciò che rischiamo di fare tutti noi oggi. Quindi sapone a minuti alterni anche se il contatto delle mani con la pelle del viso rilascia un ormone che aiuta a calmarci. Ma basta con le chiacchiere e seguiamo tutti il Cipputi del vignettista Altan, memore della mitica imprecazione contro il capitano Schettino della Costa Concordia: <Lavatevi le mani, caxxo>.          Che sia chiaro a tutti: mi lavavo già le mani. Me le lavavo come un maniaco. Nei momenti di più bassa pulsazione, me le lavavo più volte del battito cardiaco. Anche se ero per un safari nel deserto del Sahara, cercavo un rubinetto. Quando ero ospite in casa altrui e chiedevo ogni dieci minuti un bagno, mi prendevano per incontinente prostatico col pannolone e invece ero solo un incontinente igienico col coccolone. Mi sembrava sempre che in giro ci fosse qualcosa che ce l’avesse giusto con le mie mani. E andavo a lavarmele anche dopo essermele passate con le salviettine profumate che me le facevano sentire sporche di salviettine. Me le lavavo a ogni portata del pranzo o della cena. Passavo più tempo col sapone che con me stesso. E quando non riuscivo a farlo, diventavo più irascibile di un pipistrello cinese. Ora che contro quel bastardo di virus ce lo raccomandano per non diventare positivi, mi sento come Salk che sconfisse la poliomielite, o Pasteur che sviluppò il vaccino, o Armani che ha inventato uno stile.

 LAVARSI LE MANI La piazza ce l’ha rovinata quell’inetto di Ponzio Pilato, che hanno fatto passare per un Cristoforo Colombo della storia e invece era un applicato aggiunto di segreteria. E che lavandosi le mani davanti a Gesù ha messo in croce anche noi igienisti. Perché ha fatto passare il lavarsele (per non rispondere <del sangue di questo giusto>) come un declinare responsabilità, non volersi compromettere più che lavarsele davvero. Ma anche ora, il messaggio sbagliato è che l’unico problema delle nostre mani sia il Covid che si può trasmettere come un vigliacco da tutto ciò che tocchiamo. Un problema lo è di sicuro. Ed è bene non avere le mani sporche come un cassonetto della nettezza urbana. Ma ogni buon fanatico della <rupofobia> sa che non avremmo dovuto aspettare la pandemia per farci prendere dalla <paura dello sporco>. Che sia una fobia ossessiva, nessuno lo nega. Molto più benigna delle fobie di chi è convinto, per dire, che il treno per dieci secondi di ritardo lo perda solo lui e che solo per lui piova appena ha lavato la macchina.

 Secondo la solita psicanalisi che sa tutto di noi anche se non siamo mai andati al bar insieme, il <rupofobo> soffre di un disturbo di ansia. E andando sotto l’acqua cerca di sbarazzarsi di una parte nascosta di sé che lo fa sentire sporco. Quindi anche un’etica. Un tipo del genere era il celebre primo ministro inglese Winston Churchill, che ogni tanto non lo vedevi più perché era andato a gettarsi in una vasca da bagno. E che forse per questo, quando tutto nel suo Paese sotto le bombe naziste sembrava crollare, nell’<ora più buia>, se ne usciva col suo <Keep calm and carry>, mantenete la calma e andate avanti anche perché lui stava come al solito all’ammollo. 

  Nell’era prima del Corona, le mani me le lavavo anzitutto quando toccavo i soldi. Lungi da me la cattiva idea di considerarli biblicamente sterco del diavolo, che comunque sarebbe stata una buona ragione. Ma perché raramente mi è capitato di avere soldi puliti, di quelli croccanti appena usciti dalla Zecca che te li saresti mangiati crudi come un polpo. Di quelli non spiegazzati, e di quelli luccicanti come stelle se monete, roba che te li conservavi per collezione manco fossero Bulgari. Anzi erano quasi sempre consumati come carta igienica, che poi quella igienica è igienica davvero perlomeno se mai usata da altri. I soldi, invece.

 IL CAPITANO SCHETTINO Spesso unti e quasi adesivi. Fra la marmellata di amarene e la protezione zero, fra la crema nutriente e il Voltaren. E qua e là macchioline come di focaccia appena mangiata, non la focaccia barese che è buona a prescindere. E un rancido come certe ascelle stagionate, di quelle che su un bus, e non solo d’estate, sono peggio di uno con la tosse che il metro di sicurezza lo crea all’istante. E se uno mi dava la mano e aveva appena sbucciato un’arancia? E se era uscito dal bagno senza passare dal lavandino? E se per la preoccupazione si era grattato la testa orfana di shampoo dalle guerre puniche? E se chiamavi l’ascensore col tastino che ora può essere il luogo più covidizzato del mondo? E che dire di chi ritiene che il primo sapone sia il sistema immunitario che ci pensa da sé? O di chi sostiene che di carenza del medesimo sapone non è mai morto nessuno? O di chi è convinto che per essere felici bisogna sporcarsi le mani?

 Infettivologi americani hanno calcolato che chiunque stia studiando si tocca il viso almeno ventitré volte all’ora, quasi la metà su occhi, naso e bocca. E’ ciò che rischiamo di fare tutti noi oggi. Quindi sapone a minuti alterni anche se il contatto delle mani con la pelle del viso rilascia un ormone che aiuta a calmarci. Ma basta con le chiacchiere e seguiamo tutti il Cipputi del vignettista Altan, memore della mitica imprecazione contro il capitano Schettino della Costa Concordia: <Lavatevi le mani, caxxo>.          Che sia chiaro a tutti: mi lavavo già le mani. Me le lavavo come un maniaco. Nei momenti di più bassa pulsazione, me le lavavo più volte del battito cardiaco. Anche se ero per un safari nel deserto del Sahara, cercavo un rubinetto. Quando ero ospite in casa altrui e chiedevo ogni dieci minuti un bagno, mi prendevano per incontinente prostatico col pannolone e invece ero solo un incontinente igienico col coccolone. Mi sembrava sempre che in giro ci fosse qualcosa che ce l’avesse giusto con le mie mani. E andavo a lavarmele anche dopo essermele passate con le salviettine profumate che me le facevano sentire sporche di salviettine. Me le lavavo a ogni portata del pranzo o della cena. Passavo più tempo col sapone che con me stesso. E quando non riuscivo a farlo, diventavo più irascibile di un pipistrello cinese. Ora che contro quel bastardo di virus ce lo raccomandano per non diventare positivi, mi sento come Salk che sconfisse la poliomielite, o Pasteur che sviluppò il vaccino, o Armani che ha inventato uno stile.

 LAVARSI LE MANI La piazza ce l’ha rovinata quell’inetto di Ponzio Pilato, che hanno fatto passare per un Cristoforo Colombo della storia e invece era un applicato aggiunto di segreteria. E che lavandosi le mani davanti a Gesù ha messo in croce anche noi igienisti. Perché ha fatto passare il lavarsele (per non rispondere <del sangue di questo giusto>) come un declinare responsabilità, non volersi compromettere più che lavarsele davvero. Ma anche ora, il messaggio sbagliato è che l’unico problema delle nostre mani sia il Covid che si può trasmettere come un vigliacco da tutto ciò che tocchiamo. Un problema lo è di sicuro. Ed è bene non avere le mani sporche come un cassonetto della nettezza urbana. Ma ogni buon fanatico della <rupofobia> sa che non avremmo dovuto aspettare la pandemia per farci prendere dalla <paura dello sporco>. Che sia una fobia ossessiva, nessuno lo nega. Molto più benigna delle fobie di chi è convinto, per dire, che il treno per dieci secondi di ritardo lo perda solo lui e che solo per lui piova appena ha lavato la macchina.

 Secondo la solita psicanalisi che sa tutto di noi anche se non siamo mai andati al bar insieme, il <rupofobo> soffre di un disturbo di ansia. E andando sotto l’acqua cerca di sbarazzarsi di una parte nascosta di sé che lo fa sentire sporco. Quindi anche un’etica. Un tipo del genere era il celebre primo ministro inglese Winston Churchill, che ogni tanto non lo vedevi più perché era andato a gettarsi in una vasca da bagno. E che forse per questo, quando tutto nel suo Paese sotto le bombe naziste sembrava crollare, nell’<ora più buia>, se ne usciva col suo <Keep calm and carry>, mantenete la calma e andate avanti anche perché lui stava come al solito all’ammollo. 

  Nell’era prima del Corona, le mani me le lavavo anzitutto quando toccavo i soldi. Lungi da me la cattiva idea di considerarli biblicamente sterco del diavolo, che comunque sarebbe stata una buona ragione. Ma perché raramente mi è capitato di avere soldi puliti, di quelli croccanti appena usciti dalla Zecca che te li saresti mangiati crudi come un polpo. Di quelli non spiegazzati, e di quelli luccicanti come stelle se monete, roba che te li conservavi per collezione manco fossero Bulgari. Anzi erano quasi sempre consumati come carta igienica, che poi quella igienica è igienica davvero perlomeno se mai usata da altri. I soldi, invece.

 IL CAPITANO SCHETTINO Spesso unti e quasi adesivi. Fra la marmellata di amarene e la protezione zero, fra la crema nutriente e il Voltaren. E qua e là macchioline come di focaccia appena mangiata, non la focaccia barese che è buona a prescindere. E un rancido come certe ascelle stagionate, di quelle che su un bus, e non solo d’estate, sono peggio di uno con la tosse che il metro di sicurezza lo crea all’istante. E se uno mi dava la mano e aveva appena sbucciato un’arancia? E se era uscito dal bagno senza passare dal lavandino? E se per la preoccupazione si era grattato la testa orfana di shampoo dalle guerre puniche? E se chiamavi l’ascensore col tastino che ora può essere il luogo più covidizzato del mondo? E che dire di chi ritiene che il primo sapone sia il sistema immunitario che ci pensa da sé? O di chi sostiene che di carenza del medesimo sapone non è mai morto nessuno? O di chi è convinto che per essere felici bisogna sporcarsi le mani?

 Infettivologi americani hanno calcolato che chiunque stia studiando si tocca il viso almeno ventitré volte all’ora, quasi la metà su occhi, naso e bocca. E’ ciò che rischiamo di fare tutti noi oggi. Quindi sapone a minuti alterni anche se il contatto delle mani con la pelle del viso rilascia un ormone che aiuta a calmarci. Ma basta con le chiacchiere e seguiamo tutti il Cipputi del vignettista Altan, memore della mitica imprecazione contro il capitano Schettino della Costa Concordia: <Lavatevi le mani, caxxo>.          Che sia chiaro a tutti: mi lavavo già le mani. Me le lavavo come un maniaco. Nei momenti di più bassa pulsazione, me le lavavo più volte del battito cardiaco. Anche se ero per un safari nel deserto del Sahara, cercavo un rubinetto. Quando ero ospite in casa altrui e chiedevo ogni dieci minuti un bagno, mi prendevano per incontinente prostatico col pannolone e invece ero solo un incontinente igienico col coccolone. Mi sembrava sempre che in giro ci fosse qualcosa che ce l’avesse giusto con le mie mani. E andavo a lavarmele anche dopo essermele passate con le salviettine profumate che me le facevano sentire sporche di salviettine. Me le lavavo a ogni portata del pranzo o della cena. Passavo più tempo col sapone che con me stesso. E quando non riuscivo a farlo, diventavo più irascibile di un pipistrello cinese. Ora che contro quel bastardo di virus ce lo raccomandano per non diventare positivi, mi sento come Salk che sconfisse la poliomielite, o Pasteur che sviluppò il vaccino, o Armani che ha inventato uno stile.

 LAVARSI LE MANI La piazza ce l’ha rovinata quell’inetto di Ponzio Pilato, che hanno fatto passare per un Cristoforo Colombo della storia e invece era un applicato aggiunto di segreteria. E che lavandosi le mani davanti a Gesù ha messo in croce anche noi igienisti. Perché ha fatto passare il lavarsele (per non rispondere <del sangue di questo giusto>) come un declinare responsabilità, non volersi compromettere più che lavarsele davvero. Ma anche ora, il messaggio sbagliato è che l’unico problema delle nostre mani sia il Covid che si può trasmettere come un vigliacco da tutto ciò che tocchiamo. Un problema lo è di sicuro. Ed è bene non avere le mani sporche come un cassonetto della nettezza urbana. Ma ogni buon fanatico della <rupofobia> sa che non avremmo dovuto aspettare la pandemia per farci prendere dalla <paura dello sporco>. Che sia una fobia ossessiva, nessuno lo nega. Molto più benigna delle fobie di chi è convinto, per dire, che il treno per dieci secondi di ritardo lo perda solo lui e che solo per lui piova appena ha lavato la macchina.

 Secondo la solita psicanalisi che sa tutto di noi anche se non siamo mai andati al bar insieme, il <rupofobo> soffre di un disturbo di ansia. E andando sotto l’acqua cerca di sbarazzarsi di una parte nascosta di sé che lo fa sentire sporco. Quindi anche un’etica. Un tipo del genere era il celebre primo ministro inglese Winston Churchill, che ogni tanto non lo vedevi più perché era andato a gettarsi in una vasca da bagno. E che forse per questo, quando tutto nel suo Paese sotto le bombe naziste sembrava crollare, nell’<ora più buia>, se ne usciva col suo <Keep calm and carry>, mantenete la calma e andate avanti anche perché lui stava come al solito all’ammollo. 

  Nell’era prima del Corona, le mani me le lavavo anzitutto quando toccavo i soldi. Lungi da me la cattiva idea di considerarli biblicamente sterco del diavolo, che comunque sarebbe stata una buona ragione. Ma perché raramente mi è capitato di avere soldi puliti, di quelli croccanti appena usciti dalla Zecca che te li saresti mangiati crudi come un polpo. Di quelli non spiegazzati, e di quelli luccicanti come stelle se monete, roba che te li conservavi per collezione manco fossero Bulgari. Anzi erano quasi sempre consumati come carta igienica, che poi quella igienica è igienica davvero perlomeno se mai usata da altri. I soldi, invece.

 IL CAPITANO SCHETTINO Spesso unti e quasi adesivi. Fra la marmellata di amarene e la protezione zero, fra la crema nutriente e il Voltaren. E qua e là macchioline come di focaccia appena mangiata, non la focaccia barese che è buona a prescindere. E un rancido come certe ascelle stagionate, di quelle che su un bus, e non solo d’estate, sono peggio di uno con la tosse che il metro di sicurezza lo crea all’istante. E se uno mi dava la mano e aveva appena sbucciato un’arancia? E se era uscito dal bagno senza passare dal lavandino? E se per la preoccupazione si era grattato la testa orfana di shampoo dalle guerre puniche? E se chiamavi l’ascensore col tastino che ora può essere il luogo più covidizzato del mondo? E che dire di chi ritiene che il primo sapone sia il sistema immunitario che ci pensa da sé? O di chi sostiene che di carenza del medesimo sapone non è mai morto nessuno? O di chi è convinto che per essere felici bisogna sporcarsi le mani?

 Infettivologi americani hanno calcolato che chiunque stia studiando si tocca il viso almeno ventitré volte all’ora, quasi la metà su occhi, naso e bocca. E’ ciò che rischiamo di fare tutti noi oggi. Quindi sapone a minuti alterni anche se il contatto delle mani con la pelle del viso rilascia un ormone che aiuta a calmarci. Ma basta con le chiacchiere e seguiamo tutti il Cipputi del vignettista Altan, memore della mitica imprecazione contro il capitano Schettino della Costa Concordia: <Lavatevi le mani, caxxo>.           

Che sia chiaro a tutti: mi lavavo già le mani. Me le lavavo come un maniaco. Nei momenti di più bassa pulsazione, me le lavavo più volte del battito cardiaco. Anche se ero per un safari nel deserto del Sahara, cercavo un rubinetto. Quando ero ospite in casa altrui e chiedevo ogni dieci minuti un bagno, mi prendevano per incontinente prostatico col pannolone e invece ero solo un incontinente igienico col coccolone. Mi sembrava sempre che in giro ci fosse qualcosa che ce l’avesse giusto con le mie mani. E andavo a lavarmele anche dopo essermele passate con le salviettine profumate che me le facevano sentire sporche di salviettine. Me le lavavo a ogni portata del pranzo o della cena. Passavo più tempo col sapone che con me stesso. E quando non riuscivo a farlo, diventavo più irascibile di un pipistrello cinese. Ora che contro quel bastardo di virus ce lo raccomandano per non diventare positivi, mi sento come Salk che sconfisse la poliomielite, o Pasteur che sviluppò il vaccino, o Armani che ha inventato uno stile.

 LAVARSI LE MANI La piazza ce l’ha rovinata quell’inetto di Ponzio Pilato, che hanno fatto passare per un Cristoforo Colombo della storia e invece era un applicato aggiunto di segreteria. E che lavandosi le mani davanti a Gesù ha messo in croce anche noi igienisti. Perché ha fatto passare il lavarsele (per non rispondere <del sangue di questo giusto>) come un declinare responsabilità, non volersi compromettere più che lavarsele davvero. Ma anche ora, il messaggio sbagliato è che l’unico problema delle nostre mani sia il Covid che si può trasmettere come un vigliacco da tutto ciò che tocchiamo. Un problema lo è di sicuro. Ed è bene non avere le mani sporche come un cassonetto della nettezza urbana. Ma ogni buon fanatico della <rupofobia> sa che non avremmo dovuto aspettare la pandemia per farci prendere dalla <paura dello sporco>. Che sia una fobia ossessiva, nessuno lo nega. Molto più benigna delle fobie di chi è convinto, per dire, che il treno per dieci secondi di ritardo lo perda solo lui e che solo per lui piova appena ha lavato la macchina.

 Secondo la solita psicanalisi che sa tutto di noi anche se non siamo mai andati al bar insieme, il <rupofobo> soffre di un disturbo di ansia. E andando sotto l’acqua cerca di sbarazzarsi di una parte nascosta di sé che lo fa sentire sporco. Quindi anche un’etica. Un tipo del genere era il celebre primo ministro inglese Winston Churchill, che ogni tanto non lo vedevi più perché era andato a gettarsi in una vasca da bagno. E che forse per questo, quando tutto nel suo Paese sotto le bombe naziste sembrava crollare, nell’<ora più buia>, se ne usciva col suo <Keep calm and carry>, mantenete la calma e andate avanti anche perché lui stava come al solito all’ammollo. 

  Nell’era prima del Corona, le mani me le lavavo anzitutto quando toccavo i soldi. Lungi da me la cattiva idea di considerarli biblicamente sterco del diavolo, che comunque sarebbe stata una buona ragione. Ma perché raramente mi è capitato di avere soldi puliti, di quelli croccanti appena usciti dalla Zecca che te li saresti mangiati crudi come un polpo. Di quelli non spiegazzati, e di quelli luccicanti come stelle se monete, roba che te li conservavi per collezione manco fossero Bulgari. Anzi erano quasi sempre consumati come carta igienica, che poi quella igienica è igienica davvero perlomeno se mai usata da altri. I soldi, invece.

 IL CAPITANO SCHETTINO Spesso unti e quasi adesivi. Fra la marmellata di amarene e la protezione zero, fra la crema nutriente e il Voltaren. E qua e là macchioline come di focaccia appena mangiata, non la focaccia barese che è buona a prescindere. E un rancido come certe ascelle stagionate, di quelle che su un bus, e non solo d’estate, sono peggio di uno con la tosse che il metro di sicurezza lo crea all’istante. E se uno mi dava la mano e aveva appena sbucciato un’arancia? E se era uscito dal bagno senza passare dal lavandino? E se per la preoccupazione si era grattato la testa orfana di shampoo dalle guerre puniche? E se chiamavi l’ascensore col tastino che ora può essere il luogo più covidizzato del mondo? E che dire di chi ritiene che il primo sapone sia il sistema immunitario che ci pensa da sé? O di chi sostiene che di carenza del medesimo sapone non è mai morto nessuno? O di chi è convinto che per essere felici bisogna sporcarsi le mani?

 Infettivologi americani hanno calcolato che chiunque stia studiando si tocca il viso almeno ventitré volte all’ora, quasi la metà su occhi, naso e bocca. E’ ciò che rischiamo di fare tutti noi oggi. Quindi sapone a minuti alterni anche se il contatto delle mani con la pelle del viso rilascia un ormone che aiuta a calmarci. Ma basta con le chiacchiere e seguiamo tutti il Cipputi del vignettista Altan, memore della mitica imprecazione contro il capitano Schettino della Costa Concordia: <Lavatevi le mani, caxxo>.