Sei ai domiciliari? No, in piazza aperta

Sabato 4 aprile 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Tanto per cominciare, <io resto a casa>. Ma siamo sicuri che sia un regime <41 bis> di quelli che una volta al mese puoi vedere un carcerato attraverso un vetro e parlargli per telefono? E senza poter avere in cella né tv, né carta, né penna? Dubbio atroce visto che mai avevamo fatto vita sociale come in questa reclusione asociale da virus. Non puoi farti crescere la barba come un eremita del Tibet, non puoi avere i capelli come un mazzo di cicorie, non puoi girare in pigiama come un Simpson, non puoi irrompere in un’altra stanza come se fosse casa tua. Devi curare la tua immagine, credi di stare in famiglia in questa <Maledetta primavera> alla Loretta Goggi mai sei più assediato di Stalingrado e sotto gli occhi di tutti peggio di un pavone allo zoo. Perché se c’è un Corona fuori dalla porta, c’è un altro nemico in salotto.

 INCUBO VIDEO-CHIAMATA Anzitutto lo <smart working>, lavoro a distanza, che dovrebbe essere più <agile> e incatenare meno di quello in ufficio. Ma prova ad andare un attimo in cucina a farti un caffè-caffè e non quello della macchinetta, o in bagno perché questo diritto fondamentale dell’uomo (e della donna) è stato confermato, e vedi se proprio allora non ti doveva arrivare la <call>, la chiamata, e tu non c’eri. Ecco, uno che ne approfitta. Il fatto è che una giornata da pandemia è uno slalom. Ora uno Skype con parenti sorridenti come pasque che fanno le smorfie come impediti. Ora una video-adunata WhatsApp con amici che non vedevi da tempo e di cui ti frega niente adesso non meno di prima. Ora una video-lezione del bambino per la quale hai dovuto <generare> un codice d’ingresso in una piattaforma più antipatica e blindata dei lingotti della Banca d’Italia. Ora una videoconferenza per la presentazione di un libro cui non saresti mai andato ma ora ci devi stare perché il momento richiede solidarietà anche con cani di scrittori. Né puoi esimerti da uno streaming del Lions perché non ci perdiamo di vista anzi dobbiamo essere come prima. Tra <Mi sentite?>, <Mi vedete?>, io vi sento ma non vi vedo, e rumori da film dell’orrore.

 Inutile dire che in tempi normali tanta gente per casa non ci sarebbe stata neanche per una festa di quelle <porta chi vuoi>. E inutile il trucchetto di stare con la giacca o una blusa sugli slip, puoi distrarti e alzarti all’improvviso davanti all’occhietto del computer. Ed è vero che il telelavoro e la telescuola saranno il nostro futuro essendo già il nostro forzato presente. Ma col lavoro-lavoro non tele-lavoro almeno sei ore te ne stai lontano dal traffico domestico e dai cosiddetti affetti. E non devi cucinare come una assassina. E con la scuola-scuola e non tele-scuola non devi seguire il compito di grammatica di un figlio <pezzo di cuore> che non per niente consegni alla maestra perché se lo tenga lì e se lo pianga.

 METODO ITALIANO Si può dire ciò che si vuole, nulla sarà più come prima, ma su cosa lo sarà e cosa no dobbiamo ragionare. Esempio il barbiere, pardon <hair stylist>. Uno dei 150 mila Dcpm (decreto presidente del Consiglio dei ministri) di questi giorni sospende le attività <inerenti i servizi alla persona> (appunto parrucchieri, barbieri, estetisti). Una apocalisse soprattutto per le donne, dove lo faccio ora il colore? Ma non è che sia meglio per quella nano-percentuale di uomini che non hanno perso i capelli a 30 anni o non seguano la moda dei crani levigati come palle da biliardo e di barbuti volti simil-virili. E lasciamo stare che l’<hair stylist> sarà <hair stylist> (o <lookkologo>, curatore del <look>, immagine) ma sempre barbiere rimane. Nel senso che non è solo poltroncina e shampoo. Non sarà più il tempo di Pomponio, ma una chiacchiera sempre ci esce. E se non la metti solo ad Inter e Juventus, qualche altra cavolata l’arrangi e ti fai la mezzora di aria dai domiciliari. Immaginando lo stesso per le signore donne, passate dal casco alla mascherina.

 Quando finirà, quando finirà. Come se ci potrà essere un Liberation Day che manco il 25 Aprile. E in cui, come diceva il nostro grande Bodini, usciremo tutti al sole <come numeri dalla faccia d’un dado>. Proprio. Ché la quarantena non è come le tasse che c’è una scadenza e poi la mora. E la Protezione civile non è una Protezione divina. Quando sarà, sarà solo libertà condizionata. Magari con un drone che ci girerà sulle teste come una malombra per controllare che non ci sbaciucchiamo come bertucce e abbracciamo come reduci della campagna di Russia. Ciascuno geo-localizzato dal proprio satellite personale che dirà tutto di noi, dove siamo andati, da dove veniamo, con chi ce la facciamo la sera. Insomma gli spostamenti per i quali sarà necessaria la settantesima autodichiarazione ai sensi degli artt. 46 e 47 D.P.R. N. 445/2000. Lo chiamano il metodo coreano, ma chissà se a conoscenza del metodo italiano: la violazione delle leggi è direttamente proporzionale al loro numero.