No,per ora non sfonda al nuovo Sud che resiste

Venerdi 10 aprile 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Chissà, chissà. Chissà che non venga fuori un nuovo Sud da questa penitenza da virus. Un Sud che possa dire: ce l’ho fatta. Non è l’ora dei bilanci, non è finita con tanta sofferenza e i molti che non ci sono più. E tanti nuovi casi. Ma finora non è avvenuto ciò che si temeva, lo sfondamento. Non si è verificata la temuta possibilità che al Sud il Covid travolgesse un sistema non solo sanitario. Quando un male ti prende, molto dipende dal caso. Ma se un male si estende, molto dipende da come lo affronti. Neanche il Sud aveva mascherine e tamponi, anche il Sud ha dovuto inventare soluzioni all’ultimo minuto. Ma perlomeno finora è stata smentita la sentenza secondo cui, se l’epidemia fosse iniziata dal Sud, sarebbe stata una tragedia.

 Il tutto, detto con paura e molta pietà. E’ possibile che fosse esagerato l’allarme sui ragazzi del Sud tornati dal Nord come untori di contagio. O forse hanno fatto ciò che i protocolli prevedevano ma senza che lo si sapesse. O forse ha giocato l’imponderabile cui non ci si dovrebbe mai affidare. Non si sa neanche cosa sarebbe stato se non fossero tornati. Ma senza giustificazioni per chi sarebbe corso alla gonna di mammà, molti non avrebbero avuto da vivere restando a Milano coi loro posti di lavoro chiusi. E in ogni caso la fuga in una notte, e poi un’altra, è avvenuta senza che nessuno li fermasse come si doveva. Anzi è avvenuta come se dovessero essere lasciati andare, alleggerire la situazione: dice niente il comunicato sul blocco fatto trapelare in anticipo? E facendo partire i treni pronti?

 Che la sanità del Sud non avesse gli stessi livelli di quella del Nord, si sapeva. Ma non ci sono stati i marchiani errori da Codogno, a Bergamo, a Milano. Né ci sono state le sottovalutazioni o le arroganze pubbliche. Detto senza iattanza, senza stupidi campanilismi da Bar dello Sport, ma con rincrescimento e solidarietà. Meno sbagli in Veneto, diversa situazione. Il Sud aveva, ed ha, meno posti letto, meno ospedali, meno medici, meno infermieri, meno terapie intensive, meno tutto rispetto al Nord. Effetto unico e solo di una spesa statale sempre superiore al Nord. E senza alcuna giustificazione se non quella di far capire che è meglio nascere al Nord, violando ogni giorno la Costituzione che parla di una sola Italia, non di due.

 Ci sono tutte le inaccettabili cifre a confermarlo, nessuno parli di piagnonismo. Eppure il Sud, almeno finora, almeno finora è riuscito a farsi in due. Nessuno suona le trombe per la sua sanità, che non si può sempre giustificare con i minori mezzi a disposizione. Anzi. Ma medici, infermieri, volontari, forze dell’ordine, protezione civile, popolazione, gente qualunque non sono stati meno guerrieri che altrove. Ci vorrebbe il Nobel per tutti loro, un Nobel della pace e serenità restituite. E quando la storia sarà riscritta, tutti saranno i militi ignoti di una battaglia dura, improba, immane, incessante, sfibrante che è costata vite anche a loro. Al Sud come al Nord. La commozione e il grazie li accompagnerà sempre. Con una umanità che al Sud dona l’immagine di un bergamasco guarito in Puglia e attorniato da tutti i suoi angeli di qui. Come avvenuto a Palermo, con tanto di cannoli per ospiti loro malgrado venuti da su e divinità in incognito nel mito mediterraneo.

 Tutto questo è avvenuto finora. Sperando di poter estendere quel <finora> al <dopo>. Mentre urlano ancòra le sirene delle ambulanze, occorre resistere, resistere, resistere. Continuare a essere l’Italia <con gli occhi aperti nella notte triste/ l’Italia che resiste>, come canta De Gregori. E non la <Povera patria> di Battiato che <non cambierà, non cambierà>. E se l’orgoglio non passa per vanagloria di fronte alle rianimazioni ancòra stremate, certo il Sud è anche quello dei suoi piccoli grandi protagonisti di questi giorni. Il barese Gabotto che negli Stati Uniti lavora al cerotto-vaccino. Il calabrese Camporota che in Inghilterra cura il premier Johnson. Il barese-santermano Sette che dirige la ricerca a San Diego, in California. Il napoletano Ascierto che sperimenta per primo una cura in Italia e non solo. Le ricercatrici meridionali che allo Spallanzani di Roma e al Sacco di Milano isolano il virus. L’azienda barese Masmec che produce macchine per la diagnosi accelerata. L’ospedale Cotugno di Napoli definito il migliore d’Europa da Sky News inglese. Il <New York Times> secondo cui Napoli salverà il mondo. E lo stesso limitato numero di casi nel capoluogo campano. Col Molise quasi indenne. Fra pregiudizi, anche stavolta, di ogni tipo.

 Quando infine finirà, e se niente peggiorerà, si potrà forse svegliare un nuovo Sud. Quello capace di farcela, magari anche con fortuna e, non si può dire, una protezione silente. Ma capace e, perché no, anche per altro. Per altro. Migliore di quanto credesse nella prova più difficile. Forse lo era anche prima. Intanto, <Viva l’Italia/ l’Italia che non muore>.