Per il dopo-virus ci vuole più Sud

Sabato 18 aprile 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Una grande festa dell’abbraccio. Difficile che il sindaco di Bari, Decaro, possa mantenere la promessa quando tutto (o quasi) sarà finito. Cosa che in verità dispiacerà anche a tutti noi. Perché, per chi non lo avesse capito, ciò che il virus ci sta facendo perdere è il Sud. Lo sta facendo perdere anche al Nord. Cosa c’è che in questo momento più vorremmo e più ci manca come una penitenza? L’abbraccio, appunto, tu abbracci i parenti, i nipoti, gli amici. Li incontri dopo la lunga quaresima e li abbracci. E non di quegli abbracci che si strofina la mano sulla spalla e sono più falsi di una Vuitton del senegalese. Ma di quegli abbracci con schiacciamento di vertebre e cassa toracica, e braccia più avvolgenti di un polpo. Quelli che al confronto un pugno di Rambo è una carezza. Quelli di affetto e non di ipocrisia. Quelli capaci di ripristinare un contatto, che non per niente si può dire anche con-tatto. Il ritorno al tatto dopo il metro di distanza. Insomma gli abbracci meridionali.

 VIVA L’ABBRACCIO Perché non c’è niente di più meridionale, e in questo momento ricercato quanto un vaccino contro il Corona, del contatto. Del toccarsi. Un bisogno fisico, più che un rito. Un nutrimento. Con baci sulle guance annessi, spesso, in una propria gerarchia emotiva. Alternativa terrona alla stretta di mano, che sta all’abbraccio come uno zircone sta a un diamante. E che può essere più insipido di un merluzzo lesso. Contatto invece delle file indiane anche per comprare il pane. E contatto soprattutto con i parenti, che sono un noi stessi come la nostra pelle oltre che il nostro sangue. Altro che <familismo amorale> inventato da qualche scemo di successo. Essendo fra l’altro il <Tengo famiglia> il parto di un romagnolo come Leo Longanesi.

 Sono, quelle del Sud che sono mancate anche al Nord, <vite di cortesia>. Vite da esportazione di umanità. Dove c’è sempre un cugino, o un amico del cugino, che risolve un problema senza chiedere nulla in cambio se non l’affetto. Comunità di luogo, fin dove le moderne città lo consentono. Ora la quarantena ci impedisce di vederci anche col cugino, né si può andare da qualche altra parte. Col sogno di ritorno a luoghi caldi soprattutto nei rapporti. Luoghi che stanno a quelli del <lei> come il diavolo all’acqua santa. E senza (si spera) i guanti, meno che mai quelli di lattice che si attaccano come parassiti e sono la negazione del sentirsi a pelle. Sono il profilattico del sentimento.

 E non ci è mancata quell’altra istituzione sudista che è la convivialità? Tanto da non poterci vedere neanche distanti un marciapiede perché il nemico è in agguato. E neanche con i nostri cari. Convivialità soprattutto della tavola, ancor più ricercata anche nel tempo del <Pensiero unico> del Nord. Il tempo sempre più invadente del <mangio una cosa fuori> e del timballo consegnato a domicilio. Convivialità che è un <narrarsi senza fine> invece di stare sempre di testa su WhatsApp. Ci sono mancate e desideriamo come in crisi di astinenza le piazze rumorose e traboccanti di incontri, forse troppo perché non dobbiamo essere come prima, altrimenti pare che l’epidemia si possa offendere. E se i nostri ragazzi sono andati a spritz anche quando la paura già scendeva, e se qualcun altro se ne andava in giro come se fosse a casa sua, dopo non dovremmo più addensarci col tutto esaurito anche alla pizza, è vero. Ma non dovremmo evitare anche la pizza come se fossimo tutti portatori insani di malessere. Pur essendoci, parliamoci chiaro, il pericolo di esserlo.

 SAPER VIVERE E poi, come ci mancano queste città del Sud, e quanto le avrebbero volute anche al Nord. Città che non sono città qualsiasi, ma <il luogo naturale dell’abitare umano>, come le definisce il filosofo Franco Piperno. Non fatte solo per ottimizzare la produzione e la circolazione delle merci: <ma più umilmente, per favorire i riti e le passioni sociali>. Dove albergano anche la gioia e il piacere, il saper vivere e il vivere bene. Laddove proprio la frenesia del profitto ha impedito altrove di chiudere le porte in tempo utile. Perché vai a vedere se non dobbiamo rivalutare anche un presunto peccato capitale del Sud come la lentezza, visto che ci dicono che andavamo troppo in fretta. Ci dicono che dovevamo fermarci. Il tempo, il tempo che ci manca sempre, ed è venuto a dircelo un Covid come se fosse una autorità morale invece che un assassino. E lo psichiatra americano Srini Pillay nel suo <Il potere del cazzeggio> ci indica cinque mosse per farlo meglio.

 Quando tutto sarà finito, sarà l’ora del bistrattato Sud. L’ora per tutti, anzi l’ora di tutti, come scriveva Maria Corti. Non ci vorrà meno Sud ma più Sud come <vita autentica>. E non come si va nei luoghi esotici fra i nativi magari portandogli le palline colorate. Ma verso le <camere con vista> per farlo scappare a gambe levate questo virus, perché qui a Sud non è aria per lui.