Non tolgano i soldi al Sud per girarli al ricco Nord

Venerdi 24 aprile 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Allarme, Massimo Allarme. A chi facciamo pagare il prezzo della crisi economica da dopo-virus? I vampiri sono già entrati in azione: al Sud, al Sud. Al più debole. Togliamogli tutto ciò che gli spetta e diamolo al Nord, perché è la locomotiva del Paese a dover ripartire per prima. Con questa motivazione ferroviaria hanno sempre fregato il Sud, che al massimo potrà fare il vagone di scorta. Così è andata dieci, cento, mille volte nella disgraziata storia d’Italia. Così il Sud, già sacrificato in partenza come Italia minore, è sempre stato sacrificato ad ogni nuova emergenza. Lo sentiamo il piagnisteo quotidiano del governatore lombardo Fontana: prima il Nord. Ma questa volta per il Sud può essere la botta finale verso la povertà. Deve ribellarsi, non deve passare. Se perde adesso, può essere per sempre.

 Cosa vogliono sottrarre al Sud?

-         1. Circola una bozza governativa chissà se fatta uscire di proposito per preparare all’operazione Banda Bassotti. Anzitutto sospensione della regola del 34 per cento, quella che destinerebbe al Sud una percentuale della spesa pubblica pari alla sua popolazione. Regola introdotta nel 2016 ma chissà se mai applicata. Essendo stata fino ad allora (e forse ancòra oggi) la percentuale di spesa ferma al 28 per cento. Ciò che almeno dal 2009 si è tradotto in una sottrazione al Sud di 61 miliardi di euro l’anno finiti al Centro Nord (un milione 672 mila 232 euro al giorno). Calcolo che l’Eurispes ha portato a 840 miliardi persi in 17 anni.

-         2. Fondo sviluppo e coesione 2014-20: 68,8 miliardi di fondi nazionali vincolati per l’80 per cento al Sud. Non un grazioso regalo, ma una briciola per rimediare all’incompleto sviluppo provocato da tutte le scelte da <prima il Nord>. Anche questi da passare a lombardi o veneti che ne avrebbero bisogno non da poveri ma da ricchi in difficoltà (in ogni caso molto meno rispetto ai cittadini di Puglia e Basilicata che ne sarebbero privati).

-         3. Nessuna certezza sul Fondo 2021-27: se per il Sud  se ne parte quello attuale, figuriamoci quello futuro. Anzi, siccome il diavolo è nei dettagli, il diavolo è in questo caso un avverbio del testo di 149 pagine: <eventualmente>. Potrebbe <eventualmente> accadere che anche i soldi futuri prendano la via di Milano e dintorni, vadano ai signori Gazzaniga invece che ai signori Palumbo. Del resto già durante la crisi del 2009-10, ben 25 miliardi destinati ad opere pubbliche al Sud furono bellamente dirottati altrove (bellamente, cioè nel silenzio generale): dal terremoto in Abruzzo ad altre necessità del Nord.

-          4. I fondi europei, quelli che il Sud deve spendere entro il 2023 (Fesr, Fondo europeo sviluppo regionale). Più di 5 miliardi, ad esempio, per la Puglia, che andrebbero nelle mani del suddetto Fontana e del suo assessore Gallera.

-         5. I fondi per i piccoli Comuni, quelli con meno di 5 mila abitanti. Roba da 50 mila euro per lavori urgenti che, guarda caso, vanno soprattutto a Piemonte e Lombardia, che di questi piccoli Comuni ne hanno di più (come rileva Marco Esposito sul <Mattino>). In Puglia sono 85. Per città come Napoli e Bari, penosi 250 mila: qualche marciapiede rifatto.

Il vantaggio di togliere alla gente del Sud è che così non si danneggiano i conti pubblici statali. Una preoccupazione inutile visto di quanto potranno sfondare col consenso europeo. Ma tant’è, s’è sempre fatto così con quelli del Sud, perché cambiare ora? Nessuna notizia nel frattempo del piano per il Sud annunciato prima del virus dal ministro Provenzano. Il quale ha immediatamente dichiarato <inaccettabile> la bozza governativa, che ha la firma del sottosegretario Mario Turco (Cinque Stelle, eletto a Taranto) e dal quale sono gradite spiegazioni. Bozza respinta anche da parlamentari (e non solo) pugliesi, anzitutto del Pd. Mentre ignorato è stato l’appello di una serie di personalità del Sud al premier Conte perché il Sud potesse ripartire prima avendo retto meglio alla pandemia. E potendo dare una mano a tutta l’Italia con la ripresa del turismo. E, perché no, lo spostamento a Sud di produzioni che al Nord non riescono a ripartire.

 Questa avrebbe potuto essere l’occasione per ripensare l’Italia, non solo per stare a un metro di distanza fra noi. Perché ora come mai abbiamo capito che le fragilità territoriali sono sempre fragilità collettive, anche se arrivano da chi non te lo aspettavi: da Codogno invece che da Minervino. E ora avremmo dovuto capire che nessun Paese, tanto meno la debole Italia, può rinunciare allo sviluppo di più di un terzo del suo territorio (anzi, più che rinunciare, evitare).

 Non siamo mai cresciuti come nel secondo dopoguerra, quando senza il Sud protagonista non ci sarebbe stato miracolo economico. Si poteva provare a rifarlo nell’interesse di tutti. Invece si riprova a far pagare il conto ai cittadini delle aree più deboli del Paese. Non deve passare, non deve passare.