Il 25 aprile una data di tutti

25 aprile 2020 da < la PIAZZA > periodico di Alberobello

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Il 25 Aprile è la festa che più unisce l’Italia ma è anche quella che più la divide. Il 25 Aprile è la festa per ricordare il ritorno alla libertà e alla dignità del Paese, ma è anche la festa che metà Paese non considera né un simbolo di libertà né di dignità. Povera patria, bisognerebbe dire con Franco Battiato, se questa Liberazione dall’oppressione e dalla umiliazione non ci pacifica ancora 74 anni dopo. Se questa grande pagina che ha rimesso in moto la storia di un popolo viene considera una pagina degli uni e non degli altri. Come se la Liberazione non riguardasse tutti.

 Il glorioso 25 Aprile che dovremmo raccontare ai nostri figli e ai nostri nipoti è finito invischiato in una lettura politica che non fa onore a nessuno. Meno che mai al ricordo dei nostri genitori e dei nostri nonni. Quelli che per consegnarci una patria appunto non povera e finalmente libera lanciarono le loro giovani vite su colline e montagne, in città e paesi, fra rovi e fili spinati, davanti a mitra e plotoni di esecuzione. In un grande sacrificio che riscattò una guerra vergognosa e una altrettanto vergognosa occupazione. Con una Resistenza che rimane scolpita nelle pagine più belle della storia nazionale.

 Ma è possibile che anche questa volta vedremo chi rifiuterà di festeggiarla come se non gli appartenesse. Come se fosse, diciamolo, una festa comunista e non una festa della democrazia. Come se la Resistenza non avesse riguardato anche cattolici e liberali, volontari e gente comune. Come se non avesse suscitato la voglia di riscatto da una sconfitta che la follia di un regime era andata a cercare e dalla parte sbagliata. Pur sapendo che una parte della lotta partigiana sognava una Italia futura in cui prendere il potere con le stesse armi che avevano consentito alla Resistenza di vincere. Sappiamo di quanto il primo dopoguerra sia stato una guerra civile non meno sanguinosa di quella combattuta contro i tedeschi dopo l’armistizio. E di quanto la scia lunga di quelle rese dei conti e di quelle vendette sia arrivata ancora oggi a non darci una memoria condivisa. E non solo in questa ricorrenza. Tra fascisti e antifascisti una generazione dopo.

 E così quella canzone <Bella ciao> così gioiosa e non triste, così radiosa e non cupa, così malinconica e non trionfale, è più un terreno di scontro che di incontro. Mentre è cantata in tutto il mondo come simbolo di rivolta ad ogni dittatura, a ogni violazione dei diritti, a ogni ingiustizia, a ogni diseguaglianza. Simbolo di giovinezza e di futuro quanto da noi simbolo di un passato di divisioni che non passa. Ovunque ci sia una voglia di resistenza, ovunque ci sia un fremito di liberazione, ovunque una mattina un popolo si è svegliato, lì c’è <Bella ciao> col suo fiore per chi combatte.

 L’Italia dovrebbe finalmente uscire da questa sua sofferenza. Da questa sua anti-storia. E se c’è una sinistra che intenda monopolizzare una data, e una destra che volesse ignorarla, sono entrambe fuori dalla storia. Raccontano gli scrittori che ci sono stati anni in cui per il 25 Aprile si andava in piazza col vestito migliore, e le donne come spose, e i bambini come alla prima comunione, e ovunque garrivano tricolori al vento. E i reduci sfilavano impettiti e commossi e applauditi da tutti. E <Bella ciao> era come una serenata alle ragazze belle di gioventù.

 Oggi anche una bandiera sembra una bandiera di quegli altri. E anche questa Festa sembra una festa di quegli altri. Che questo 25 Aprile sia sempre la data da cui ricominciare per tutti. E che il fiore della Libertà continui a spuntare ovunque nel mondo.