Ecco l’ Italia senza scontrino

Sabato 1 Ottobre 2011 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Dico: non mi fai lo scontrino, almeno fammi pagare meno il caffè. Non c’è nulla di più incendiario per l’ordine pubblico della faccia del barista che ti porta il conto scritto a mano su un pezzo di carta. Bronzo puro. Tu vorresti fare un casino, ti riprometti solennemente che la prossima volta non passa, e di prossima volta in prossima volta paghi sempre il caffè sia non scontato sia senza scontrino. Né se ti metti a fare pubblicamente il censore puoi sperare nella solidarietà degli astanti. Nessuno muove un dito, anche se sotto sotto tutti vorrebbero fare un casino come te.  Tu accumuli un sordo rancore che poi magari sfoghi litigando a casa. L’evasore la passa liscia, al massimo dici non ci torno ma quello continua ad evadere.
 IL REGNO DELL’EVASIONE FISCALE Fra te che denunci e quello che non dà lo scontrino, la riprovazione sociale è maggiore per te. Insomma guardano più te come fanatico e, tutto sommato, rompiballe che quello come un ladro che ruba soprattutto a te, non allo Stato o chissà a chi. E che, non dando lo scontrino, costringe te a pagare più tasse, cioè a fare un tuo doppio scontrino. Un quieto vivere o una vergogna sommersa, fatto sta che un casino per lo scontrino non lo fa mai nessuno. Giriamo la testa complici.
 Stessa scena quando vedi uno che passa col rosso, ti incazzi non perché ha violato una regola ma perché ti ha fregato e tu sei costretto ad aspettare il verde. In fondo a te non ha tolto niente, tranne il primato nel violare la regola: la prossima volta vedi. Ed è come quando uno va col cane che fa la cacca e non la raccoglie. O come quando uno butta la carta a terra. Magari la raccogli tu perché non ti piace sguazzare nella sporcizia, ma non glielo dici. Una dissuasione psicologica, tanto se glielo dico se ne frega, la prossima volta la butta di nuovo e non gli succede niente. Anzi succede che quello stesso che l’ha buttata l’indomani passi di lì, trovi una carta per terra (magari la sua stessa) e dica, che schifo, sono tutti porci.
 C’è una mancanza di civismo collettivo che si nutre di due convinzioni. La prima è che il marciapiedi imbrattato di carte o di cacche cagnesche, come pure il semaforo rosso, rappresentino uno Stato cui fare un dispetto, tu non fai nulla per me e io ti sporco così devi pulire. L’altra è che lo Stato sia una specie di personaggio incombente e impalpabile che vuole farci solo del male e al quale bisogna reagire con tutti gli sgambetti possibili, così impara. Lo Stato che è allo stesso tempo il politico ladro, l’arrogante dietro lo sportello, il bus che non si ferma, la farmacia troppo lontana, l’infermiera che chiami e non viene, la strada piena di buche, il vigile urbano che multa, il professore che fa i cavoli suoi, il postino che porta il giornale il giorno dopo. Lo Stato cioè non come servizio pubblico, ma come disservizio pubblico.
 GUERRA PERSONALE ALLO STATO Ovvio che la privata guerra personale allo Stato si combatta dove lo Stato nei secoli ha brillato più come oppressore che come benefattore. Quindi più al Sud, dove lo Stato ha avuto soprattutto il volto dello straniero invasore. Meno al Nord, dove qualche autonomia e autogoverno locale lo hanno fatto diventare più cosa nostra. Quindi meno senso civico al Sud che al Nord, un problema di secoli e di ambiente, non di cromosomi inesorabilmente bacati dei meridionali. I quali quando vanno al Nord, dove lo Stato ha un volto più rispettoso, riacquistano il senso civico. Tu mi rispetti, io ti rispetto.
 Ma sono le tasse la madre di tutte le battaglie. Quando l’ex ministro Padoa Schioppa disse che sono belle, quasi se lo mangiavano crudo e con le orecchie. Voleva dire che sono belle non perché sono belle, ma perché ci consentono di avere cose belle come città che funzionano, sanità che non ammazza, treni che non ritardano, governo un po’ meno ladro. Cioè servizi invece che disservizi. Insorse anche chi le paga, tanto per capire quanto siamo fessi. E ora che anche chi non le ha mai pagate dovrebbe pagarle altrimenti andiamo a fondo, si alza il coro generale secondo cui gli evasori sono sempre gli altri. Anche se si sa che possono essere tutti tranne i lavoratori dipendenti, che le pagano perché gliele tolgono prima che riescano ad evadere.
 Dovremmo augurarci che chi non fa lo scontrino e poi passeggia sul marciapiede riparato alla meglio con le tasse che non ha pagato, becchi la buca e capisca a sue spese che se faceva lo scontrino non l’avrebbe beccata. Poi magari possiamo anche  andare a trovarlo in ospedale.