Le vacanze dopo il virus perchè farle solo al Sud

Venerdi 15 maggio 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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E questa estate? Vacanze al Sud. Lo volete un luogo della vita autentica dopo la clausura da virus? Lo volete un luogo del quale tutti portano dentro il desiderio come una voce segreta? Lo volete un luogo in cui riconciliarsi dalle mascherine, dalle distanze, dalle quarantene? Lo volete un luogo lontano dalla pazza folla delle code, delle prenotazioni, dei bollini rossi, delle partenze intelligenti, del tutto esaurito? Lo volete un luogo in cui ogni brandello di giornata non sia monopolizzato dalle apericene, dagli <after hours>, dagli spritz? Lo volete un luogo in cui ritrovare il tempo bambino che tanto ci manca dopo le paure, gli ospedali, le protezioni civili? Lo volete un luogo in cui la pandemia non ha devastato tutto come si temeva? Allora vacanze al Sud.

 Ci sono Bari, Lecce, Potenza e Cosenza, più il territorio attorno, fra le città italiane che secondo la società di consulenza mondiale Ernst & Young saranno più pronte ad accogliere i turisti. E sùbito dopo Napoli, Catania, Palermo, Caserta, Caltanissetta. Insomma Sud. Mentre un club <esclusivo> di otto Paesi cosiddetti virtuosi, meno colpiti dalla pandemia, già si propone per aprire corridoi preferenziali verso di loro. Esclusa la Grecia, che non aveva bisogno di alleati per attrarre, per il resto siamo fra Nord Europa, Australia, Singapore. Con un intento che puzza mille miglia di interesse economico più che di capacità di offrire sollievo ai reduci di una esperienza che segna una esistenza.

 Anche in questo c’è un Sud delle <meraviglie> tutt’altro che incapace di entrare nella modernità. Un Sud non da meno di quello di tante sue piccole grandi imprese innovative nelle condizioni più difficili. E da tempo ormai non ci sono più mandrie convinte di poter scendere al Sud come si va nei luoghi esotici fra i nativi. Convinte che quaggiù ogni barbuto è un filosofo magnogreco che sibila sentenze sotto un ulivo millenario. Mentre da pergolati di viti cola succo d’uva. E sognando di andare a pesca insieme a vecchi con un solco lungo il viso come una specie di sorriso (grazie De André). Ormai da tempo non c’è solo nostalgia in chi dal Sud riparte dopo esserci andato con una valigia di pregiudizi. Perché molti ci restano. E non solo per il <buen retiro>, ma come scelta di vita.

 Non solo d’estate il Sud ha tutto ciò che serve per ritrovare un’umanità messa a dura prova. Non per essere migliori, come se il virus potesse essere capace di questo, e come le prime avvisaglie smentiscono alla spiccia. Ma per passare dalla faticosa sopravvivenza dell’isolamento a tutto ciò che ci ha fatto mancare. Il Sud è la natura e i grandi spazi dove non calcoli ogni volta il metro. E’ il rapporto con gli altri come se stessi a casa tua. E’ la serenità di borghi in cui non è necessario né possibile fare a gomitate. In cui non si deve fare la fila per comprarsi il pane. Sud di una convivialità che non è baci e abbracci da terapia intensiva ma un <narrarsi senza fine>, altro che stare dalla mattina alla sera di testa su WhatsApp. E l’empatia col primo venuto, lascito di un’antica civiltà mediterranea che vedeva in ogni ospite un dio in incognito.

 Certo molto di questo Sud non c’è più. E c’è sempre di più un Sud in cui somigliare a chi sta economicamente avanti viene considerato progresso. Un Sud quindi non necessario in spazi già presidiati. Come non servirebbe un Sud che rinunciasse a se stesso per tentare di essere come gli altri. Quegli altri che invece al Sud vengono per ritrovare un senso, non una fotocopia di se stessi. Per ritrovare il <luogo naturale dell’abitare umano> come lo è ancòra tanta provincia meridionale. Come lo sono tanti centri storici che sembrano immobili solo per chi ha occhi per vedere e desiderare altro. La corsa. La velocità. Il tempo che non basta mai. Essendo considerata la presunta lentezza una malattia anche contagiosa, non un modo di pensare anche a me.

 E poi, non è la vacanza una tregua nel battito cardiaco? Senza esagerare nella tregua è ciò che ciascuno cerca dopo la scuola a distanza e senza uno sguardo, senza poter capire se uno ha capito. Dopo il lavoro da casa con un occhio ai figli fra i piedi e l’altro strabico al computer. Dopo le serate a caccia di qualcosa di diverso da una tv martellante di tamponi e di asintomatici invece che di pause. Dopo i parenti lontani e gli affetti stabili pure. Dopo la conta pietosa di chi se ne è andato senza un saluto. Dopo le fasi uno e due e le sfasature pure. Dopo l’incubo per una ripresa che forse molti non vedranno. Dopo il bollettino lungo di un ritorno dell’incubo in autunno.

 Ci vuole un’estate del nostro contento e non del nostro scontento. Sia pure con ombrelloni lontani come estranei e recintati come reclusi. E cosa di meglio se non un Sud? Un Sud tanto pieno di meridione, altro che demeridionalizzato, altro che svuotato della sua anima.