Siamo tutti liberi come incatenati

Sabato 23 maggio 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Scusi, manteniamo le distanze. Un tempo lo si diceva prima di mandarsi a quel paese. Ora lo diremo anche con gli amici stretti stretti. Perché la parola d’ordine dell’anno primo Dopo-virus è: pochi, e alla larga anche. <La lontananza, sai, è come il vento>, cantava Domenico Modugno, <che fa dimenticare chi non s’ama>. Era il 1970, preistoria, come dalle palafitte ai grattacieli. Altro che chi non s’ama. Ora addirittura andremo in ascensore uno alla volta, e se c’era un altro non sapevamo che dire, al massimo che fa caldo. <Può darsi che sia vera solo la lontananza>, recita un celebre verso di Montale, <vero l’oblio, vera la foglia secca più del fresco germoglio>. Anno 49 prima del Virus. La verità è che non è che stare due mesi e mezzo segregati in casa ci abbia allupati di libertà come l’ora d’aria dei carcerati. Certo fra il sabato e la domenica affolliamo piazze e lungomari. E i ragazzi della movida la fanno sporca. Ma la sensazione è che neanche noi siamo più noi stessi.

 L’EFFETTO BOZZOLO L’insostenibile leggerezza della libertà, potremmo dire col romanzo del ceko Milan Kundera, anno 38 prima del Virus. Insomma è una illusione pensare che, dopo quello che abbiamo passato, ogni cosa tornerà come se nulla fosse. Nel senso che anche noi saremo in tutto come prima. Come prima sono le bottiglie di Peroni lasciate sul parapetto del lungomare di Molfetta: tante che sembra addirittura un’opera d’arte, tipo la <Merda d’artista> di Piero Manzoni  (anno 59 prima del Virus) venduta poi per 275 mila euro. Ma trascinarci dal tinello al salone, passare dalla tuta al pigiama e viceversa, dal computer alla finestra in cerca di un’anima, sembra averci lasciato una cicatrice. E’ come quando battiamo il ginocchio contro uno spigolo e, a parte le irripetibili reazioni del momento, il segno resta.

 Gli americani lo chiamano <effetto cocooning>, laddove <cocoon> è il bozzolo. Chiudersi nel proprio bozzolo. Starsene nel proprio guscio. Rifugiarsi nel proprio nido. Perché in questa Fase 2, capita che tu veda uno più in salute di Rambo e quello è un asintomatico che non lo sa nemmeno lui. Ma più contagioso di uno sbadiglio. Non insomma per paura, ma perché proprio rimaniamo incollati, abbiamo perso l’abitudine al volo. Lo sognavamo tutti per quando sarebbe finito tutto, immaginavamo come quando cadde il Muro di Berlino. E da una parte all’altra tutti ad abbracciarci, a baciarci, a spruzzare goccioline di felicità che ora ci porterebbero dritti in intensiva. Invece, liberi sì, ma stia al posto suo. Incontrarci sì, ma non più di due. Col metro fra uno e l’altro come ultimo prezzo della trattativa che partiva da due metri. E, volendolo, con affarini che fanno bip a ogni centimetro in più, e non è che a ogni sconfinamento può essere come la guerra fra arabi e israeliani. Né possiamo ogni volta stare a fare un saltello avanti e uno indietro come Carla Fracci o Roberto Bolle.

 CHI TOCCA E’ PERDUTO Insomma ci fate stare in miliardi ai domiciliari, e poi vogliamo che sia tutto come non detto? Tossire, sarà peggio della peste bubbonica. Starnutire, peggio della lebbra. Darsi la mano, peggio dell’aids. Dirsi le cose in faccia, peggio della rasoiata. Toccarsi, peggio di una conversione all’islam. Togliersi la mascherina, peggio di un interista che diventa juventino. Entrare in casa senza togliersi le scarpe, peggio di un flirt fra Renzi e Zingaretti. Non spruzzarci di amuchina, peggio di un barese a Lecce. Gustare al bar cappuccino e cornetto senza guanti, peggio di una scossa di terremoto.  Andare in giro con la febbre a 37,6, peggio di un cellulare perso. Entrare in dieci al supermercato, peggio di una Meloni incazzata. Anzi nulla di peggio del Corona, che resta il peggio del peggio.

 E poi, ci avete fatto vedere fra di noi solo con Skype. Che, a parte i libri anche in casa degli analfabeti, è capace di far diventare un mostro pure una Diletta Leotta. Ci avete fatto andare a scuola solo attraverso uno schermo, che è come parlare a un muro sperando che risponda. Ci avete fatto lavorare da casa con i bambini fra i piedi, che è come un programma di Barbara D’Urso. Ci avete inchiodato su WhatsApp invece di farci una chiacchierata, che è come mettere il sale nel caffè. Ci avete costretto ad ascoltare virologi e infettivologi in tv, che è come mangiare le orecchiette scotte. Ci avete tolto le partite di calcio, che è come far cantare <Bella ciao> a un fascista. Avete detto agli italiani di comportarsi come una comunità, che è come la luce che se ne va a una festa di matrimonio. Ci avete ripetuto come una campana di stare a casa, che è come dire a un fumatore di smettere di fumare. E ora che anche a mare dovremo stare tutti in cabina, noi non dovremmo sentirci prigionieri del bozzolo, Anno Primo della Società Imbozzolata? Maledetto virus, te ne approfitti perché sei piccolo e se ti maltrattiamo chiami <Telefono azzurro>.