C’è un altro virus che ci fa tutti muti

Sabato 13 giugno 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Da remoto, da remoto. Che non è più un tempo dei verbi nella lingua italiana. Ci voleva il Coronavirus non solo per dimenticarci gli uni degli altri. Ma anche per condannare definitivamente a morte la voce. Arriva un WhatsApp di un amico: <Posso chiamarti?>. Ammirevole l’educazione in tempi in cui essere educato è come essere uno strano: mi starà prendendo in giro? E ammirevole l’intento di non disturbare, metti che abbia da fare. Magari chiede il permesso perché si vergogna. Ma se chi vorresti ha da fare, non ti risponde oppure te lo dice e ti richiama. Il fatto è che entrare con la sopradetta voce in un cellulare altrui è diventato una invasione di campo. Come entrare senza bussare. E lo squillo una violazione della privacy. Se ne sentono solo se la signora al cinema ha dimenticato di abbassare la suoneria e tutti dicono, ma che roba. Per il resto già da tempo le conversazioni digitali hanno superato le conversazioni di persona. E’ il progresso, bellezza.

 MANDAMI UN WHATSAPP Eppure parlarsi invece di chattare non significa denudarsi o denudare come si ritiene: ma vedi questo, come si permette? Mi entra. Ti dice invece di uno stato d’animo molto più di quanto affidiamo alle faccine per dire che siamo tristi o schiattiamo dal ridere o ti battiamo le mani. Emoticon, il surrogato delle emozioni. Invece si chatta allo stesso ritmo col quale una volta si apriva bocca. Anzi ritmo più forsennato. Perché puoi essere un Mennea del ditino ma col ditino ci metti sempre più di quanto potresti dicendo <dal vivo>, come si dice. E quello che puoi dire dal vivo non potrà mai somigliare a ciò che scrivi, tranne che tu non sia Alessandro Manzoni. Ci sono tono, inflessioni, pause, sfumature. Così devi autoridurti all’essenziale, frasi brevi, che non significa scrivere <nn> per dire non o <xché> per dire perché. Ma significa pensiero corto, un sopraffiato più che un fiato. In cui un concetto tondo con un soggetto, un predicato verbale, un complemento oggetto è più raro di un sorriso di Salvini.

 Lasciate ogni speranza voi che avete una lingua. Siamo passati dal <possiamo sentirci?> o dal <vediamoci> al messaggiamoci. Sempre da remoto e più corazzati di un cavaliere del Medioevo. Anche perché ormai vedersi non significa chiacchierare insieme, ma ciascuno chiacchierare col proprio smartphone. Anzi digitare. E l’attuale metro di distanza da virus è solo un palliativo tardivo per una umanità che già prima si stringeva solo con lo spritz in mano. E che se ora si distanzia fisicamente, si distanzia soprattutto non affidandosi a un rapporto più personale di quello consentito da un telefonino. Nel quale c’è più della nostra vita di quanto non ci sia nella vita vera. Come se la vita vera fosse un affronto.

 In quell’affare, è vero, ciò che scriviamo rimane al contrario di quanto diciamo, se non registriamo tutto come James Bond. E ci mettiamo le nostre foto tanto che quelle di carta sono diventate più remote di un pallottoliere per la tabellina pitagorica. E ci mettiamo libri. E ci mettiamo testi per il convegno invece del cartaceo, termine risalente al giurassico. E ci mettiamo gli indirizzi invece della vecchia rubrica che ci regalavano a Capodanno. Dovremmo fare <backup>, avere copia di tutto. Perché se un giorno il medesimo affare ci dovesse piantare, o quest’estate ci dovesse sfuggire in mare, non sarebbe defunto solo lui, ma lo saremmo anche noi. E acqua cupa, come direbbe Dante, si chiuderebbe non su un microprocessore, ma su una esistenza.

 PROSSIMA PANDEMIA Eppure <chatto quindi sono>. Come reclusi di una piccola tastiera nella quale crediamo di racchiudere tutto ciò che un’anima può esprimere. A un intellettuale come il francese Alain Minc hanno chiesto quale potrebbe essere domani una nuova pandemia non solo sanitaria. Ha risposto che il peggio che potrebbe capitarci potrebbe essere l’esplosione di Internet, un black out che per giorni bloccasse tutto, ci paralizzasse molto più di quanto abbia potuto la paura del Covid sbarrandoci in casa. Qualcosa di ugualmente invisibile, non un mostro schiumante come nei film della catastrofe. Ma che metterebbe in ginocchio il pianeta visto che dalla Rete ormai dipende tutto. Qualcosa alla quale non siamo preparati come non lo eravamo a una mascherina e alle barricate.

 Tragedia non minore sarebbe un virus questa volta tecnologico che mettesse fuori servizio i nostri cellulari, come quando non c’è linea e impazziamo. Non prende. Uno dice: ma questo (il sottoscritto) è uno iettatore o un reazionario. Perlomeno un disadattato. Certo che non si può tornare indietro. Ma faticoso come il calcio che riprende dopo la ruggine sarebbe tornare a parlarsi (chissà, con un apparecchio fisso). Una rivoluzione. Potevamo farlo approfittando del Covid e del tempo a disposizione. Ma ci facciamo fregare da un altro virus, che non ci fa venire la febbre ma ci zittisce. Parliamone (a voce).