Struggente nostalgėa di quella quarantena

Sabato 14 giugno 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Ma si può fare questa vita? Metti la questione del metro di distanza. Alla larga come se avessimo tutti l’alito pesante. O un’ascella stagionata al baccalà. Tiriamo indietro il sedere come papere per non fare infrazione. E prima o poi il passetto all’indietro ci porrà una domanda esistenziale: insomma, sono io che mi allontano da lui, o è lui che si allontana da me? E questo gomito invece della stretta di mano è più penoso di una pizza mangiata con la forchetta. Ce lo scambiamo con la stessa espressione di chi ha le scarpe strette. Un tempo si scriveva <ti abbraccio> alla fine di ogni messaggio e sapevamo che era sincero come l’amore fra Di Maio e Di Battista. Ora invece freniamo con una sgommata, mentre pare che vorremmo solo finire dritti dritti al collo altrui. Perché gli abbracci ci servirebbero più della poppata per un neonato. Scatenerebbero l’ossicina, l’ormone del benessere. E terrebbero distante quello dello stress. Almeno quattro al giorno per sopravvivere, otto per sostenerci, dodici per crescere. Italia repubblica fondata sull’abbraccio.

 BALLI LENTI E LISCIO Non è che prima li preferissimo tanto alle coltellate, ma ora tutto fa brodo per dare addosso al virus. Per esempio in discoteca vietati i balli lenti e il liscio. Lasciamo stare il tango che è tutto un accavallamento e uno struscio e ti contagi solo a guardarti in faccia. Ma è più falso del Rolex del senegalese dire di aver visto qualcuno al disotto dei settant’anni fare un lento nell’ultimo trentennio. Un tempo si definiva ballo del mattone, ora lo rinnegherebbe anche Rita Pavone e le discoteche non hanno più neanche i mattoni. Quindi non è stato Conte ad abolirlo neanche se per convincerci del contrario Salvini facesse lo sciopero della fame. E quanto alle code come alla Posta davanti alla discoteca, forse qualcuno ha dimenticato la squisita gentilezza con la quale ci stoppavano certi buttafuori tutti vestiti di nero e più gonfi di un tacchino? Ed era più il tempo passato fuori che dentro.

 Certo questo termometro all’ingresso non è proprio cosa, magari sarebbe più utile all’uscita. E un problema sarà agitarsi all’interno senza tamponarsi e senza neanche l’assicurazione obbligatoria. E ci vorrà un impianto stereo a cranio per parlarsi sempre al solito metro e mentre le casse spareranno musica come mortai. Poi spruzzarsi di amuchina come infermieri della intensiva per poter bere un mojito da soli su un divano dopo aver fatto quattro ore di chat per organizzare il gruppo. E fortuna che ora viene l’estate e si fa tutto all’aperto, perché fosse al chiuso un diciottenne non metterebbe la mascherina neanche in cambio di una serata con Belen.

 Questa mascherina. Più perseguitata di un afro-americano in una strada di Minneapolis. Chi l'appende all’orecchio. Chi la mette al braccio come la fascia del capitano. Chi la inforca come un ninnolo. E fa appannare gli occhiali. E non si è ancòra capito qual è quella giusta come il vestito per una festa, non avrò sbagliato tutto? Anzi deve essere coordinata con il look. Ma poi vedi la funzione sociale che svolge di farci guardare finalmente negli occhi. Di leggere lo sguardo come specchio dell’anima. Di nascondere qualche naso meno presentabile di una zucchina. Di evitare qualche lingua biforcuta. Di far ripartire l’economia perché ormai si sono messi a produrle anche i gelatai, pare alla vaniglia.

 CALCIO E CALCETTO Quello che davvero non è cosa è il calcio. Lasciamo stare il calcetto e l’ordinanza della Regione Abruzzo che vieta le marcature a uomo. Tanto che col difensore a un metro di distanza diventa Ronaldo anche l’applicato aggiunto di segreteria della partita scapoli-ammogliati. Severamente vietato togliere il pallone dai piedi dell’avversario, tranne che uno non abbia le gambe a molla come gli acrobati del Cirque du Soleil. Pallone conquistabile solo <per intercetto>, se ti trovi per caso da quelle parti e visto che ci sei lo prendi. Niente passaggi ravvicinati. E difficile dire del portiere, se i guantoni dovessero essere sanificati a ogni parata. Ma anche col calcio vero e senza pubblico, si può fare davvero questa vita? Ogni tiro che risuona come un tonfo. Quattro che starnazzano dalle gradinate vuote come oche del Campidoglio. Ingresso dei giocatori in campo separati, anche se poi si azzannano come assassini ma evitando di spruzzarsi sudore come le fontane di piazza Navona. Cinque raccattapalle (e con la mascherina) e prima di recuperare il pallone la partita dura due ore. E tutti da verbale in quelle ammucchiate per le punizioni che si menano come fabbri. O quelle per i calci d’angolo, la forma più tollerata di delinquenza organizzata e di violazione del ravvicinamento.

 Una domanda: vi capita mai di pensare alla bellezza struggente della quarantena, quella sindrome della capanna che in fondo ci proteggeva? Non è che per sottrarci al virus ci siamo inguaiati più di prima?