All’Italia serve il Sud. E’ la nuova locomotiva

Venerdi 26 giugno 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Non tutto il Covid venne per nuocere. Fallita la locomotiva del Nord, non ci sono dubbi: ne serve un’altra. Questa seconda locomotiva è il Sud. E’ l’unica in grado di rimettere in moto il Paese. E’ il segreto di un nuovo mezzo miracolo economico alla portata nonostante la crisi. E mai come ora la crisi offre le condizioni perché avvenga. Se cresce il Sud, cresce l’Italia. Sud non problema del Paese, ma soluzione del problema. E Italia che potrebbe essere un’altra Germania se finalmente la seconda locomotiva fosse accesa e potesse avviarsi. Il momento storico è irripetibile. Con più realismo che enfasi vediamo perché.

-         Anzitutto le condizioni dell’Italia. A una sola locomotiva, e ora anche sfiatata (come dimostra il flop della Lombardia nella pandemia) la crescita è sempre ultima fra i Paesi europei. E fra le più sviluppate regioni dell’Unione, la Lombardia perde continuamente posizioni, venti punti in meno di Pil pro-capite negli ultimi anni. Mentre il resto sta diventando tutto un Sud: oltre a Umbria e Marche, che sono già aree svantaggiate, sono <in transizione> anche Piemonte, Toscana e Friuli. Significa che diventano zone depresse da sostenere con fondi europei come il Sud.

-          La crescita del Sud conviene anche al Nord. Il Sud è un mercato di 21 milioni di persone che se affami non compra più i tuoi prodotti. Ed è stata la Banca d’Italia a dire che per ogni investimento pubblico di 100 euro al Sud, 40 vanno anche a vantaggio del resto del Paese. Se si continuasse a spenderli al Nord, il vantaggio sarebbe di soli quattro euro.

-         L’autonomia rafforzata pretesa da Lombardia, Veneto ed Emilia ha non solo smascherato le cifre false sulle quali si basava. Ma ha rivelato che col meccanismo della <spesa storica> (lo Stato spende dove ha sempre speso di più, cioè al Nord) il Sud è derubato ogni anno di 61 miliardi che gli spettano ma vanno al Nord. L’Eurispes ha calcolato che i miliardi sottratti in 17 anni sono stati 840, appunto le infrastrutture e i servizi che il Sud avrebbe potuto avere e non ha avuto. Ora che si sa, non può continuare. E si devono calcolare i Lep (livelli essenziali di prestazioni: scuola, strade, asili nido, trasporti) al di sotto dei quali il Sud non dovrà rimanere.

-          La spesa dello Stato al Sud dovrà ora essere pari al 34 per cento della popolazione meridionale, mentre finora non ha mai superato il 28 (col 6 per cento andato al Centro Nord). Spesa per investimenti, non spesa corrente di assistenza. Quella indigesta per tanti antimeridionali ma anche per i meridionali più avveduti stanchi di essere definiti appunto <assistiti>.

-          La trattativa per il <Recovery Fund> che faccia ripartire l’Europa (Germania compresa) si concluderà a luglio. Ma al di là della cifra in più o in meno, le condizioni sono chiare: dovrà essere speso anzitutto per eliminare le diseguaglianze territoriali, Sud in testa. E con piani da verificare passo per passo per procedere coi versamenti. A cominciare da un Sud ad alta velocità, quei treni che possono saldare l’Italia al resto d’Europa e al Mediterraneo. Come conviene a tutta l’Italia altrimenti mezza staccata dal continente.

-         Dopo l’università di Palermo, è stata la Regione Puglia a stanziare 500 milioni per far tornare i suoi ragazzi a studiare al Sud. E’ stato rafforzato il programma <Resto al Sud> a favore di nuove imprese giovanili qui create. E lo <smart working>, il lavoro a distanza, potrebbe essere una prospettiva non solo temporanea per i ragazzi rientrati a casa dopo la quarantena. Con meno faticoso e costoso pendolarismo. Meno emigrazione. Meno consumi e meno tasse regalate al Nord. E giovani restituiti alla vita civile e al futuro di una terra che non fa più bambini e non può crescere di soli anziani.

-          Il Sud è uscito socialmente (oltre che sul piano sanitario) più indenne da una crisi che avrebbe potuto metterlo in ginocchio, al di là della sua maggiore fragilità. Secondo le stime, il Pil al Sud scenderà meno che al Nord. Non granché, ma piccolo segno. E il Sud potrebbe essere la terra promessa di nuovi investimenti che scendano dalle aree congestionate del Nord (dice niente la Val Seriana?). O attirati da un sistema di Zes (le zone economiche speciali) che da Bari a Taranto a Napoli a Gioia Tauro potrebbero essere appunto la saldatura col Mediterraneo, nonostante la burocrazia che fa di tutto per bloccare tutto.

-         Il Covid ha dato al Sud un insperato vantaggio competitivo e di immagine. Il Covid pretende meno congestione, meno inquinamento, meno contagi: pretende più Sud, del quale l’Europa ha colto i diritti. La politica nazionale è troppo smascherata per continuare a danneggiarlo. Serve una nuova locomotiva senza nulla togliere alla vecchia. Serve come convenienza comune di Nord e Sud. Dopo la lunga notte, ha ragione il ministro Provenzano citando Rocco Scotellaro: <E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi>.