Figli del Sud tutti al Sud: progetto contro l’emigrazione

Venerdi 3 luglio 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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La speranza si chiama <South Working>. Per lavorare a Milano vivendo a Palermo. O per lavorare a Bologna vivendo a Bari. Ciò che potrebbero fare tanti nostri ragazzi che ora emigrano ma potrebbero rimanere a casa. Grazie appunto al lavoro a distanza riscoperto col virus. E che non cambia il divario fra Nord e Sud ma lo potrebbe mitigare. E soprattutto non privare il Sud delle sue energie migliori, non lasciarlo a un futuro con tanti anziani e pochi figli. Il progetto è stato lanciato da venti professionisti italiani, tutti sui trent’anni e con esperienze all’estero, coinvolgendo i Comuni del capoluogo siciliano e di quello lombardo. Ma anche aziende, dipendenti, centri di ricerca. Per arrivare a un patto che cambi la storia del grande esodo meridionale. Per cominciare a dare giustizia al Sud penalizzato dalle scelte dei governi.

 I venti aderiscono all’associazione Global Shapers, legata al World Economic Forum, che ha 425 centri in 148 Paesi. Si cerca di arrivare a intese legali e condizioni economiche per un accordo che coinvolga tutti gli interessati. Partendo da due dati. Soprattutto la Lombardia congestionata di imprese ha pagato il prezzo più alto alla pandemia anche grazie a scelte regionali scellerate. Poi il costo non solo umano del Sud che vede i suoi ragazzi non soltanto prendere un trolley e un treno per portare la loro voglia di fare e il loro talento altrove. Ma anche pagare un prezzo che si aggiunge a quello della perenne penuria di infrastrutture e servizi dovuta alla continua maggiore spesa dello Stato al Centro Nord (con 61 miliardi all’anno sottratti al Sud).

 Non solo vengono regalati al resto del Paese ragazzi <chiavi in mano> perché la loro formazione è stata pagata dalle loro famiglie al Sud (e ogni laureato non costa meno di 150 mila euro dalle elementari in su). Ma viene regalata ad altri anche la spesa in consumi per vivere altrove, dal vitto all’alloggio, oltre alle tasse che si pagano dove si vive e che sottraggono altri mezzi al Sud. Tre miliardi l’anno, ha calcolato la Svimez.  E quando, come spesso capita, non ce la fanno, non sono i figli a mandare soldi a casa ma sono i genitori a mandare soldi ai figli. Altra perdita per il Sud. Perché se prendi 1200 euro al mese e devi pagare un monolocale 600 euro, ce la fai solo con una vincita al Superenalotto. Se vivi a Lecce, quel monolocale magari lo paghi 300 euro.

 Restando a casa, tutto cambia. E lo <smart working>, il telelavoro durante la quarantena ha dimostrato che si può. La rivoluzione di Internet, è stato abbondantemente detto, è togliere importanza al <dove> del lavoro. Perché Internet consente di lavorare col resto del mondo da qualsiasi parte del mondo. A cominciare dal proprio salotto. Puoi stare a Pisticci in Basilicata o ad Accadia in Puglia e lavorare con aziende del Veneto o dell’Emilia senza andarci. Perché il lavoro si svolge sullo schermo di un computer che lo trasmette a un altro computer. E una trasferta ogni due settimane non cambia la situazione. Secondo uno studio del Politecnico di Milano, in cinque milioni oggi in Italia lavorano con qualche forma di <smart working>.

 Dicono i venti giovani professionisti che <South Working> ha in sé un’idea di futuro del Paese diversa dal solito. Non è lavoro per il Sud, ma lavoro fatto al Sud. I profitti restano sempre altrove. Ma rimane al Sud tutto il resto. Compresa la partecipazione di chi non emigra alla società civile del Sud, quella che partenza dopo partenza continua a mancare. E alla società politica, vista la penuria (per la verità in tutt’Italia) di classe dirigente. A parte la qualità della vita del Sud, se per qualità non si intende solo il conto in banca.

 E poi, le università. <Cu resta arrinasci>, chi resta rinasce, hanno detto a Palermo. Con 1200 euro per ogni rientro che la Regione Sicilia paga a chi torna a studiare nelle università della sua terra. A smettere di fare il fuorisede, spesso suo malgrado. Già diecimila giovani siciliani (su 57 mila) hanno accolto l’appello. Con stizza dei rettori del Nord, specie ora che si teme un calo di iscrizioni. Ma rettori del Nord anche loro favoriti da una spesa statale che li privilegia in quanto ricchi invece di sostenere i meno ricchi.  E rettori del Nord favoriti da classifiche truffaldine che esaltano i loro atenei attirando iscrizioni a danno di quelli del Sud, come sempre.

 Anche la Puglia ha promesso 500 euro a testa ai suoi studenti per l’acquisto di tecnologie, così come i 250 euro della Campania. E come l’anticipo delle borse di studio in Sardegna. Ti diamo noi quanto lo Stato non ti dà. Piccoli segni di qualcosa che si muove. E che insieme a <South Working> dimostrano come l’emigrazione si possa combattere anche se il Sud continua a essere derubato. Lottando per la giustizia, si faccia quanto si può. Finalmente idee dopo decenni di Sud per il quale non si potrebbe fare più nulla.