Della vita da virus cosa butti e cosa no

Sabato 4 luglio 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 Ricordiamo tutti la domanda delle domande: dopo il virus, saremo peggio o meglio? Correvano i mesi del <Restate a casa>, non c’era attore, cantante, dj, intellettuale, opinionista che non ci facesse la lezione dalla televisione. Il calciatore nostro paesano Caputo di Altamura segna l’ultimo gol prima dello stop e sfila da sotto la maglia il suo cartello per dircelo. Ma anche tante mezze tacche tutte tatuate che solo per la loro notorietà erano usate come se fossero autorità morali alla papa Francesco. Anche un’alternativa al Borrelli capo della Protezione civile, dal quale non abbiamo mai capito di che morte dovevamo morire. Ma ora che solo la Lombardia continua purtroppo a tener vivo il conto degli ammalati e dei deceduti, una prima risposta possiamo darla. Allora, siamo meglio o peggio?

 QUEL CHE CI RESTA Il problema è un altro, risponderebbero i <benaltristi>, quelli che stai parlando di una cosa e ti obiettano sempre che c’è <ben altro>. Cioè un’altra cosa. Partendo per esempio dalle città. Nelle quali, siccome ci vogliono più spazi per evitare tamponamenti umani e incontri poco distanziati, togliamolo alle auto. Scena in una centralissima piazza pedonale di Bari. Una bambina sui tre anni con piglio incazzatino chiama il sindaco dal suo cellulare solo giocattolo (ma ancòra per qualche altro mese), <sindaco, qua passano le auto, anche della polizia>. La ciccina deve averlo sentito dai genitori, ma la maturità civile prematura non guasta. Allora meno auto e più biciclette. Anche perché non manca un bonus due ruote fra quelli che non sono stati negati a nessuno, anche ai miliardari che siccome non pagano le tasse passano per nullatenenti.

 Fra le cose da conservare figlie del virus, le piste ciclabili non le butteremmo giù dalla torre. La mani da lavare ad ore alterne lo dovevamo fare anche prima, e non solo dopo aver mangiato una pesca sgocciolante. Peggio con un’arancia che non dà precisamente di Sauvage di Dior. Ma tu stringevi la mano a uno e dalle puzze geologiche stratificate capivi cosa aveva fatto nelle ultime ventiquattro ore. Il gel disinfettante teniamocelo stretto, anzi teniamocelo sempre in tasca, magari non spruzzandolo sùbito dopo aver incontrato qualcuno: pare brutto. Così all’ingresso di ogni luogo pubblico, guardandosi ovviamente in cagnesco per accertare se anche gli altri lo fanno. Marcamento a uomo (o a donna) come nel calcio di un tempo. E occhiate di traverso.

 E la mascherina, la mascherina? Da conservare, se non proprio come piacere, perché ancòra obbligatoria nei luoghi chiusi, ciò che ormai tutti dovrebbero sapere come una Ave Maria. Ovviamente sul naso e sulla bocca, non al braccio come la fascia del capitano, o appesa a un orecchio, o alla cintola dei pantaloni come un mazzo di chiavi, né facendola roteare con un dito come al Circo Togni, né in tasca insieme a soldi che sono puliti come un bidone di indifferenziata, né tantomeno a mezz’asta perché stai fumando (allora non fumare). Mascherine ché incontri un tipo o una tipa che ti saluta e tu rispondi arricciando gli occhi per educazione ma senza aver mai capito se era Sandro o Gianna. Anzi, visto che ci siamo, mascherine anche da coordinare col resto, mica ne possiamo accoppiare una verde con il rosso, non siamo a carnevale. E sotto alla mascherina tutto lasciato agli occhi, che perciò non puoi tenere spenti come lampade votive. Altrimenti sembri un pesce lesso.

 TUTTO SU UN VIDEO E della vita in casa, cosa conserviamo? Quella togli il pigiama e metti il pigiama, togli la tuta e metti la tuta, togli la tovaglia e metti la tovaglia. Quando forse abbiamo imparato a parlare, perché non potevi stare tutta la giornata a vedere le serie di Sky o Netflix. Quel tempo lento in cui dovevi sorbirti di stare anche un po’ insieme a te stesso. E non potevi evitarti uscendo mentre fuori esplodeva una primavera che vedi caso è stata la migliore degli ultimi dieci anni. Quel tempo in cui i nostri ragazzi cercavano di capire una cosa terribile come il congiuntivo da un video in cui la professoressa si accendeva e si spegneva come il giallo di un semaforo fuori uso. Quel tempo in cui potevi evitarti i colleghi e correre ad accendere il fuoco sotto il sugo mentre i bambini si tiravano i capelli, mamma stai qui e non giochi con noi? Quel tempo in cui siamo diventati tutti sportivi da un portone all’altro. E quel tempo in cui tutti stranamente abbiamo voluto andare a buttare la spazzatura ché dircelo prima sarebbe stato un oltraggio. Quel tempo in cui su Skype sono comparse librerie troppo ordinate per essere state mai usate. Nei collegamenti Skype se ne sono viste tante come se il Paese che non legge fosse diventato improvvisamente una biblioteca nazionale.

 Anche da ciò che conserveremo e da ciò che dimenticheremo potremo rispondere alla domanda se siamo diventati migliori o peggiori. Scusi, ha davvero immaginato migliori?