Calcio da salotto mancano i bufali

Sabato 11 luglio 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

No, la vita da dopo virus somiglia a quella vera come una borsa Vuitton somiglia a quella del senegalese. Anzi la vita nei paraggi del virus, visto che di tanto in tanto c’è qualche imbecille che continua a sfidarlo rovinando gli altri. E non solo nella movida da spritz ammucchiati come in un raduno hippy. Né nelle discoteche dove dire che si deve ballare lontani è una battuta da fare invidia a Checco Zalone. Metti per esempio la vita da calcio. Negli stadi vuoti sembrano tutte partite aziendali scapoli-ammogliati prima delle ferie. Dice niente Fantozzi? Quelle in cui anche reclutando parenti e amici (mi raccomando, venite) trenta spettatori sugli spalti sono come un pubblico da finale mondiale. Col massimo degli applausi dai compagni di squadra in panchina. Ma più che il muggito da Curva Sud, quello che travolge come una mandria di bufali, sembrano schiamazzi da cortile, un effetto eco nel vuoto come quando fai <ehiho> in montagna e la montagna risponde. E mica immaginavamo quanto parlano in campo, imprecazioni belluine anche per un passaggio di due metri che riesce pure all’oratorio. E figuriamoci che prima del virus si mettevano la mano sulla bocca per non farsi tradurre dalle labbra, sembravano tutti suorine come ora sembrano tutti assassini.

 URLA DAL SILENZIO Nei giorni scorsi è volata una bestemmia truce ma truce davvero, che tutti i telespettatori hanno ascoltato ma non l’arbitro, che forse era al telefono a concordare la cena. Quando però un calciatore ha detto a uno di loro <sei scarso>, è stato espulso perché ci vuole stile anche a dire a qualcuno che è una pippa. E ogni pallone toccato è un rimbombo che chissà che sventola deve aver menato mentre era il solito tic toc fra i due centrali, roba più noiosa della <Corazzata Potemkin>. Altra solfa il missile terra-aria che Ronaldo ha sparato verso la porta del Torino e tutto è sembrato crollare attorno come se fosse passato King Kong.

 Agghiaccianti le urla dal silenzio per ogni fallo subìto, fosse tanto il dolore che alla fine dovrebbe essere una strage col 118 avanti e indietro a sirene spiegate. Mentre se parte l’ammonizione al colpevole, la vittima resuscita senza neanche aspettare i tre giorni evangelici. E i rigori, i rigori. Mai tanti come se il Covid c’entrasse qualcosa. Ma mica perché hanno tossito in area senza mascherina. Ma perché ogni gamba falciata è un botto che si amplifica nel grande cielo di questa poco magica estate. E ogni sgambetto un rantolo da ultimo respiro che sale verso l’universo mondo in attesa che l’arbitro indichi il dischetto.

 Da contagio immediato la festa dopo il gol, si era detto che dovevano solo darsi di gomito come tutti gli altri umani reduci dalla quarantena, questi invece si accavallano manco fosse una mischia da rugby. E con spray di sudori da far invidia alle fontane di Piazza Navona. Non ne parliamo dei calci d’angolo, quando l’arbitro gli dice, attenti che se vi allacciate in area vi vedo. Più che allacciati, sembra un’orgia alla Tinto Brass rotolati a terra nel furore della passione. E i calci di punizione, quando la barriera è tanto più impenetrabile quanto più si incollano, mica si possono lasciare buchi da distanziamento attraverso i quali anche una ciofeca è capace di far passare il pallone.

 BAR DELLO SPORT Amiamo tutto del calcio. Il lampo che ormai solo un pallone che gonfia la rete sa dare. Il nirvana, <pochi momenti come questi belli>. Il genio di un passaggio imprevedibile che apre praterie verso la porta mentre sembrava un Muro di Berlino. Il tocco dello stop ché il pallone sembra rimanga ipnotizzato sul collo di un piede. Le entrate a scivoloni a un miliardesimo di centimetro da una tibia. I volti sgocciolanti sudori come eroi antichi. La fantasia di un dribbling che ora non dicono più dribbling ma superare l’uomo come applicati aggiunti di segreteria. Le avanzate che ora dicono che la squadra sale e se indietreggia, scende, chissà dove. Anche il tiro che ora dicono fatto non col suo piede e chissà con quale. La metafora di una guerra. Il tifo che se tu ti chiedi perché, la risposta è che perché è così. Il mito, perfino la poesia di un gesto.

 Ora non avviene più ciò che faceva dire al poeta Saba che <di corsa usciti a mezzo il campo, date prima il saluto alle tribune> perché le tribune sono vuote come una disperazione. Ora magari non c’è più neanche quella <festa è nell’aria, festa in ogni via>. E <s’incrociavano grida ch’eran razzi>. Ora manca l’attesa. Manca il Bar dello sport. Manca il respiro lungo di una settimana. Ora anzi non si va neppure allo stadio e le gradinate sono le poltrone davanti a una tv come una pratica da svolgere. Da industria di intrattenimento di massa a onanismo solitario senza una sgomitata, senza una complicità, senza un abbraccio, senza una partecipazione, senza uno sfottò. Senza la tribù. Un calcio da Inail, ne sei proprio orgoglioso, signor virus?