Ma ora si smetta di far finta di niente

Venerdì 7 Ottobre 2011 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Non è certo se nel sottoscala del palazzo crollato a Barletta si lavorasse in nero. Lo sospettano i sindacati, lo nega il fratello del titolare. Ma ciò non toglie che lì sotto siano rimaste quattro vittime della necessità. Forse schiave: Tina, Matilde, Giovanna, Antonella, tutte nei trent’anni, due mamme e due single. E una estratta dalle macerie, Emmanuela, incinta al quinto mese. Quel boato nel cielo che le ha strappate crudelmente alla loro gioventù, le ha colte a lavorare dieci ore al giorno, a 3,95 euro l’ora, schiena spezzata dopo schiena spezzata.
 Ma ora che è il momento del dolore, tardiva se non grottesca è l’indignazione per lo sfruttamento e le condizioni disumane. Tardiva l’incredulità per il trattamento da Medio Evo. Tardiva la sorpresa ipocrita per la mancata ribellione al destino di topi senza aria e senza speranza. La si deve finire insomma di far finta. Di far finta di non sapere che quasi il trenta per cento dell’economia meridionale continua a vivere come a Barletta, magari non nella trappola di stabili che si accartocciano nonostante gli allarmi.
 Dieci ore al giorno significa sottrarsi con lacerazione a una famiglia e a se stessi. Significa condannare la propria esistenza a una affaticata sveglia la mattina e a un sonno stremato la sera senza null’altro. Significa, come dicevano i vecchi contadini piegati “da sole a sole”, dall’alba al tramonto, faticare faticare e poi morire, perlomeno morire dentro. Significa né vivere né sopravvivere.
 Ma con un realismo non irriverente per quei quattro corpi ancòra pulsanti di futuro tradito, occorre fare un po’ di conti: sbagliato e giusto farli allo stesso tempo. Dieci ore a 3,95 euro l’ora fanno 39,50 euro al giorno. Per sei giorni a settimana, 237 euro. Per un mese, 948 euro. Bisogna dire di rinunciarci a chi magari ha un marito con lavoro saltuario, bollette da pagare, parenti da accudire, a chi deve mandare i figli a scuola e non ha altri redditi, a chi ha le rate del mutuo e non per la casa ma per arrivare a fine mese.
 Dall’altro lato c’è un cosiddetto imprenditore che non paga i contributi, non paga le tasse, tratta da bestie i suoi lavoranti, fa concorrenza scorretta a chi è in regola, stravolge il mercato del lavoro, dovrebbe andare solo in galera. Ma a volte è un cosiddetto imprenditore che non è un cinico schiavista, è un disgraziato anch’esso, che magari ha dovuto chiudere perché non ce la faceva neanche lui, che in alternativa potrebbe finire nelle mani dell’usura e che, nella maggioranza dei casi, non ha la Ferrari sotto casa. Che commette comunque un odioso reato ma che a suo modo produce un altrettanto cosiddetto lavoro. E a noi, chi ce lo dà questo lavoro?, dicono a Barletta.
 La storia insegna che non è tanto tragico lo scontro fra un torto e una ragione, ma fra due ragioni. E a costo dell’inopportunità, si deve ammettere che molto probabilmente pochi rifiutano la prospettiva del lavoro nero non avendone altra. Specie se non sono protetti e aiutati nel denunciare e migliorare.
 E cosa fa un sindacato di fronte alla scelta fra un lavoro infame e un lavoro che non c’è? E la magistratura? Ed è possibile che nessuno veda ciò che, sia pure sommerso, è sotto gli occhi di tutti? E cosa sarebbe l’economia meridionale senza il sommerso? E cosa rischia l’economia italiana in questo momento, visto la bastarda tentazione dei sottoscala potrebbero proliferare? E su cosa si è fondata la vecchia ricchezza di una Prato capitale delle stoffe? E da dove è partita la formidabile spinta propulsiva che ha fatto diventare mitico il Nordest della vecchia emigrazione delle cameriere che in tutt’Italia erano venete? E cosa dicono le inchieste giornalistiche (e giudiziarie) su certi prestigiosi marchi e su loro molto meno prestigiose abitudini verso il lavoro da rispettare e compensare secondo contratti?
 E poi, parliamo giustamente del nero. Ma cosa è il precariato del lavoro se non ormai la norma: vogliamo chiamarlo lavoro bianco? Quello che oggi fai e domani no, quello che sta distruggendo una generazione e non solo al Sud ma come al solito soprattutto al Sud. Quello che impedisce di progettare una famiglia, una casa, dei figli. Quello che, in una scala infame di valori, è oro rispetto alla disoccupazione. Con la grande fuga dei nostri ragazzi dal Mezzogiorno, lo spopolamento di una terra un tempo felice di nuove albe di sole.
 Più che una cattiva coscienza, Barletta sia una presa di coscienza. Perlomeno metta a tacere, non foss’altro che per rispettare il lutto, chi continua a oltraggiare il Sud con la litania del “dovete rimboccarvi le maniche”, del “dovete darvi da fare”. Qui i militi ignoti del lavoro si danno da fare fino alla morte. Si pensi onestamente a restituire la vita al Sud più che accusarlo. Un Sud che spazzi e rifiuti i suoi seminterrati sarebbe il modo migliore di onorare Tina, Matilde, Giovanna, Antonella.