E nella discoteca la foto dell’Italia

Sabato 22 agosto 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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 E’ vero che col distanziamento non si balla nemmeno in convento. E che un’estate senza discoteche è come un’anguria venuta bianca. E’ vero anche che questo virus è più testardo di un mulo di Martina Franca. E che dalle nostre parti il caldo non si fa spaventare neanche dalla vigilia di Natale. Quindi musica e mojiti e luci che sarebbero stati assicurati per mesi e mesi. Ma poi, dovevano davvero ripartire le discoteche, visto che non lo hanno fatto i cinema sia pure con un posto sì e uno no come alla Asl? A furor del popolo appena uscito dagli arresti domiciliari, hanno riaperto con una raccomandazione destinata a essere la più violata della storia universale. Un metro di distanza, e mascherina, e magari evitate di trasmettervi vampate di sudori e di libido. E chiamatelo, se volete, ballo. Se non sballo.

 LINUS E CECCHETTO Il fatto è che non ci voleva un matematico come Odifreddi o un architetto come Renzo Piano per capire ciò che si sarebbe capito anche col pallottoliere. E cioè che ci sarebbe voluto lo stadio di San Siro per tenere insieme ma distanziate duemila anime non immobili come al museo delle cere ma agitate come tarantolate. E però, cosa volete, sono giovani più invulnerabili di dei greci, pensate ai vostri vecchi e ai vostri ospizi dove l’avete fatta grossa. Mettici <‘a stagione>, come dicono i napoletani, straboccante di turisti infoiati dopo la quarantena, e vedi il risultato. Come anche il più fesso dei virus avrebbe sguazzato indifferente alle sentenze secondo le quali il solleone lo avrebbe stecchito. E vedi come l’età media dei nuovi contagiati sia scesa a 34 anni, e cinque 20enni sono gravi, e in rianimazione si finisca ora fra i 40 e i 60 anni.

 Dare tutta la colpa alle discoteche è come dire che se anneghi la colpa è del mare. Ma poi se ne esce un tal Linus, alias il nostro paisà Pasquale Di Molfetta, e che ti dice? Che ti dice lui che è il re delle radio private e della musica non solo delle discoteche? Ti dice che riaprirle è stato allucinante molto meno di quanto lo sia stato ora chiuderle. Che ripartire vietando l’assembramento era come una enoteca senza il vino. Lui che le discoteche sono casa sua. E che sia stata tutta una ipocrisia tipica del Paese incapace dire la stessa cosa per due giorni di seguito. Insomma una furbata, sia pure sull’onda di una pressione che faceva dipendere le sorti nazionali dall’entrata in campo di un deejay. Fatevi zitti zitti il Ferragosto, anche se ora i gestori alzano barricate ma almeno con mezza stagione salvata. E la Santanchè fa la Santanché dicendo che lei il suo locale non lo chiude. E ricorso (bocciato) al Tar per il danno a tutto il settore ecc. ecc.

 Eh, ma qui si vogliono criminalizzare i giovani. Le mascherine dalle 18 alle 6 del mattino, ce l’hanno con loro. Li vorreste tenere chiusi come impediti. E giovani siete stati pure voi. Magari non sempre con un virus fuori della porta. E lo dice Linus stesso, i giovani hanno centomila modi di divertirsi, magari non proprio facendo salire la febbre oltre i 37,5 a loro e dintorni. Tanto per dire, si muore senza un falò sulla spiaggia? Mentre non esattamente d’accordo con Linus è sembrato un dj ben noto dalle parti di Gallipoli, quel Bob Sinclar signore di <albe sfinite>. E secondo il quale tutto sta nel godersi l’attimo. E che dopo tanta angoscia la sua gente ha bisogno di liberarsi, di darci dentro. D’accordo e più mitica dell’oracolo di Cuma un’altra vecchia conoscenza, quel Claudio Cecchetto secondo il quale <alla fine, dico che vivere è meglio che sopravvivere>. Amen. Fino all’ineffabile Salvini, indeciso a giorni alterni mascherina sì mascherina no. Ma assolutamente deciso sul resto: <Il problema non sono i ragazzi che ballano ma quelli che sbarcano>. Rilanciando quell’incubo degli immigrati che dopo averlo fatto tanto crescere ora è la causa persa della sua decrescita infelice a vantaggio della Meloni.

 NOI GLI IMMORTALI Un giorno non si potrà leggere sui libri che, prima di arrivare al salvifico vaccino, si è capito a chi attribuire la responsabilità del tutto. Cioè di questa movida che della discoteca è la pre-serata in attesa di tuffarsi tutti nel bolgia, rigidamente non prima del modico orario dell’una di notte altrimenti si fa la figura dei pivelli. Lo spritz è un segno di riconoscimento più della carta di identità. E sentirsi immortali e dirsi, a me non può succedere, fa parte della beata gioventù di ogni epoca. Ma sarà da secchioni o, vade retro, addirittura da moralisti veder baluginare un non so che di distinguo generazionale: quello dell’ostinato io non metto la mascherina anche se davanti al bar siamo più che in una Curva Sud. E ti guardano con un altrettanto non so che di sfida e di pietas, tu poveretto di anziano che non sei me e zitto. Sì, non avranno avuto in noi maestri giusti né esempi. Ma scusate, siamo sicuri che al virus freghi qualcosa di tutto ciò? E’ vero che col distanziamento non si balla nemmeno in convento. E che un’estate senza discoteche è come un’anguria venuta bianca. E’ vero anche che questo virus è più testardo di un mulo di Martina Franca. E che dalle nostre parti il caldo non si fa spaventare neanche dalla vigilia di Natale. Quindi musica e mojiti e luci che sarebbero stati assicurati per mesi e mesi. Ma poi, dovevano davvero ripartire le discoteche, visto che non lo hanno fatto i cinema sia pure con un posto sì e uno no come alla Asl? A furor del popolo appena uscito dagli arresti domiciliari, hanno riaperto con una raccomandazione destinata a essere la più violata della storia universale. Un metro di distanza, e mascherina, e magari evitate di trasmettervi vampate di sudori e di libido. E chiamatelo, se volete, ballo. Se non sballo.

 LINUS E CECCHETTO Il fatto è che non ci voleva un matematico come Odifreddi o un architetto come Renzo Piano per capire ciò che si sarebbe capito anche col pallottoliere. E cioè che ci sarebbe voluto lo stadio di San Siro per tenere insieme ma distanziate duemila anime non immobili come al museo delle cere ma agitate come tarantolate. E però, cosa volete, sono giovani più invulnerabili di dei greci, pensate ai vostri vecchi e ai vostri ospizi dove l’avete fatta grossa. Mettici <‘a stagione>, come dicono i napoletani, straboccante di turisti infoiati dopo la quarantena, e vedi il risultato. Come anche il più fesso dei virus avrebbe sguazzato indifferente alle sentenze secondo le quali il solleone lo avrebbe stecchito. E vedi come l’età media dei nuovi contagiati sia scesa a 34 anni, e cinque 20enni sono gravi, e in rianimazione si finisca ora fra i 40 e i 60 anni.

 Dare tutta la colpa alle discoteche è come dire che se anneghi la colpa è del mare. Ma poi se ne esce un tal Linus, alias il nostro paisà Pasquale Di Molfetta, e che ti dice? Che ti dice lui che è il re delle radio private e della musica non solo delle discoteche? Ti dice che riaprirle è stato allucinante molto meno di quanto lo sia stato ora chiuderle. Che ripartire vietando l’assembramento era come una enoteca senza il vino. Lui che le discoteche sono casa sua. E che sia stata tutta una ipocrisia tipica del Paese incapace dire la stessa cosa per due giorni di seguito. Insomma una furbata, sia pure sull’onda di una pressione che faceva dipendere le sorti nazionali dall’entrata in campo di un deejay. Fatevi zitti zitti il Ferragosto, anche se ora i gestori alzano barricate ma almeno con mezza stagione salvata. E la Santanchè fa la Santanché dicendo che lei il suo locale non lo chiude. E ricorso (bocciato) al Tar per il danno a tutto il settore ecc. ecc.

 Eh, ma qui si vogliono criminalizzare i giovani. Le mascherine dalle 18 alle 6 del mattino, ce l’hanno con loro. Li vorreste tenere chiusi come impediti. E giovani siete stati pure voi. Magari non sempre con un virus fuori della porta. E lo dice Linus stesso, i giovani hanno centomila modi di divertirsi, magari non proprio facendo salire la febbre oltre i 37,5 a loro e dintorni. Tanto per dire, si muore senza un falò sulla spiaggia? Mentre non esattamente d’accordo con Linus è sembrato un dj ben noto dalle parti di Gallipoli, quel Bob Sinclar signore di <albe sfinite>. E secondo il quale tutto sta nel godersi l’attimo. E che dopo tanta angoscia la sua gente ha bisogno di liberarsi, di darci dentro. D’accordo e più mitica dell’oracolo di Cuma un’altra vecchia conoscenza, quel Claudio Cecchetto secondo il quale <alla fine, dico che vivere è meglio che sopravvivere>. Amen. Fino all’ineffabile Salvini, indeciso a giorni alterni mascherina sì mascherina no. Ma assolutamente deciso sul resto: <Il problema non sono i ragazzi che ballano ma quelli che sbarcano>. Rilanciando quell’incubo degli immigrati che dopo averlo fatto tanto crescere ora è la causa persa della sua decrescita infelice a vantaggio della Meloni.

 NOI GLI IMMORTALI Un giorno non si potrà leggere sui libri che, prima di arrivare al salvifico vaccino, si è capito a chi attribuire la responsabilità del tutto. Cioè di questa movida che della discoteca è la pre-serata in attesa di tuffarsi tutti nel bolgia, rigidamente non prima del modico orario dell’una di notte altrimenti si fa la figura dei pivelli. Lo spritz è un segno di riconoscimento più della carta di identità. E sentirsi immortali e dirsi, a me non può succedere, fa parte della beata gioventù di ogni epoca. Ma sarà da secchioni o, vade retro, addirittura da moralisti veder baluginare un non so che di distinguo generazionale: quello dell’ostinato io non metto la mascherina anche se davanti al bar siamo più che in una Curva Sud. E ti guardano con un altrettanto non so che di sfida e di pietas, tu poveretto di anziano che non sei me e zitto. Sì, non avranno avuto in noi maestri giusti né esempi. Ma scusate, siamo sicuri che al virus freghi qualcosa di tutto ciò?  

E’ vero che col distanziamento non si balla nemmeno in convento. E che un’estate senza discoteche è come un’anguria venuta bianca. E’ vero anche che questo virus è più testardo di un mulo di Martina Franca. E che dalle nostre parti il caldo non si fa spaventare neanche dalla vigilia di Natale. Quindi musica e mojiti e luci che sarebbero stati assicurati per mesi e mesi. Ma poi, dovevano davvero ripartire le discoteche, visto che non lo hanno fatto i cinema sia pure con un posto sì e uno no come alla Asl? A furor del popolo appena uscito dagli arresti domiciliari, hanno riaperto con una raccomandazione destinata a essere la più violata della storia universale. Un metro di distanza, e mascherina, e magari evitate di trasmettervi vampate di sudori e di libido. E chiamatelo, se volete, ballo. Se non sballo.

 LINUS E CECCHETTO Il fatto è che non ci voleva un matematico come Odifreddi o un architetto come Renzo Piano per capire ciò che si sarebbe capito anche col pallottoliere. E cioè che ci sarebbe voluto lo stadio di San Siro per tenere insieme ma distanziate duemila anime non immobili come al museo delle cere ma agitate come tarantolate. E però, cosa volete, sono giovani più invulnerabili di dei greci, pensate ai vostri vecchi e ai vostri ospizi dove l’avete fatta grossa. Mettici <‘a stagione>, come dicono i napoletani, straboccante di turisti infoiati dopo la quarantena, e vedi il risultato. Come anche il più fesso dei virus avrebbe sguazzato indifferente alle sentenze secondo le quali il solleone lo avrebbe stecchito. E vedi come l’età media dei nuovi contagiati sia scesa a 34 anni, e cinque 20enni sono gravi, e in rianimazione si finisca ora fra i 40 e i 60 anni.

 Dare tutta la colpa alle discoteche è come dire che se anneghi la colpa è del mare. Ma poi se ne esce un tal Linus, alias il nostro paisà Pasquale Di Molfetta, e che ti dice? Che ti dice lui che è il re delle radio private e della musica non solo delle discoteche? Ti dice che riaprirle è stato allucinante molto meno di quanto lo sia stato ora chiuderle. Che ripartire vietando l’assembramento era come una enoteca senza il vino. Lui che le discoteche sono casa sua. E che sia stata tutta una ipocrisia tipica del Paese incapace dire la stessa cosa per due giorni di seguito. Insomma una furbata, sia pure sull’onda di una pressione che faceva dipendere le sorti nazionali dall’entrata in campo di un deejay. Fatevi zitti zitti il Ferragosto, anche se ora i gestori alzano barricate ma almeno con mezza stagione salvata. E la Santanchè fa la Santanché dicendo che lei il suo locale non lo chiude. E ricorso (bocciato) al Tar per il danno a tutto il settore ecc. ecc.

 Eh, ma qui si vogliono criminalizzare i giovani. Le mascherine dalle 18 alle 6 del mattino, ce l’hanno con loro. Li vorreste tenere chiusi come impediti. E giovani siete stati pure voi. Magari non sempre con un virus fuori della porta. E lo dice Linus stesso, i giovani hanno centomila modi di divertirsi, magari non proprio facendo salire la febbre oltre i 37,5 a loro e dintorni. Tanto per dire, si muore senza un falò sulla spiaggia? Mentre non esattamente d’accordo con Linus è sembrato un dj ben noto dalle parti di Gallipoli, quel Bob Sinclar signore di <albe sfinite>. E secondo il quale tutto sta nel godersi l’attimo. E che dopo tanta angoscia la sua gente ha bisogno di liberarsi, di darci dentro. D’accordo e più mitica dell’oracolo di Cuma un’altra vecchia conoscenza, quel Claudio Cecchetto secondo il quale <alla fine, dico che vivere è meglio che sopravvivere>. Amen. Fino all’ineffabile Salvini, indeciso a giorni alterni mascherina sì mascherina no. Ma assolutamente deciso sul resto: <Il problema non sono i ragazzi che ballano ma quelli che sbarcano>. Rilanciando quell’incubo degli immigrati che dopo averlo fatto tanto crescere ora è la causa persa della sua decrescita infelice a vantaggio della Meloni.

 NOI GLI IMMORTALI Un giorno non si potrà leggere sui libri che, prima di arrivare al salvifico vaccino, si è capito a chi attribuire la responsabilità del tutto. Cioè di questa movida che della discoteca è la pre-serata in attesa di tuffarsi tutti nel bolgia, rigidamente non prima del modico orario dell’una di notte altrimenti si fa la figura dei pivelli. Lo spritz è un segno di riconoscimento più della carta di identità. E sentirsi immortali e dirsi, a me non può succedere, fa parte della beata gioventù di ogni epoca. Ma sarà da secchioni o, vade retro, addirittura da moralisti veder baluginare un non so che di distinguo generazionale: quello dell’ostinato io non metto la mascherina anche se davanti al bar siamo più che in una Curva Sud. E ti guardano con un altrettanto non so che di sfida e di pietas, tu poveretto di anziano che non sei me e zitto. Sì, non avranno avuto in noi maestri giusti né esempi. Ma scusate, siamo sicuri che al virus freghi qualcosa di tutto ciò?