Indignatevi ragazzi , indignatevi terroni

Venerdì 14 Ottobre 2011 da la ’ Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Gli indignados dicono: il debito non l’abbiamo fatto noi, pagatevelo voi. E domani scendono in piazza in 400 città di 45 Paesi d’Europa e in Israele, dopo aver assediato Wall Street, la cassa del tesoro economico planetario. I giovani del ‘68 volevano cambiare il mondo con la poesia dell’immaginazione al potere. Questi vogliono solo non esserne buttati fuori dalla tirannia della finanza che si arricchisce alle loro spalle. Si trovano a dover vivere di sacrifici, a stringersi la cinghia, a condannarsi a una esistenza da precari perché i loro padri hanno sguazzato fra i privilegi, hanno fatto baldoria fregandosene che prima o poi sarebbe stato presentato il conto. Ora da figli glielo rinfacciano.
 Gli indignados teorizzano un diritto all’insolvenza. E attaccano i dogmi di un’economia che non si preoccupa di impoverire intere nazioni, che riduce i salari ma paga cifre spudorate a intoccabili che dettano le regole dalle loro inaccessibili stanze. Un’economia che soprattutto gli sta rubando il futuro, che designa la loro generazione come la prima nella storia occidentale che starà peggio di prima. Per questo gridano “save school, not banks”, salvate le scuole non le banche. Che attaccano come simboli del male. Che accusano di considerarli merce nelle loro mani. Gente senza volto che non produce uno spillo ma che fa utili vertiginosi giocando d’azzardo ogni giorno con i soldi degli altri.
 Perciò basta con questa ossessione del pareggio del bilancio. Basta con le manovre lacrime e sangue. Basta con le privatizzazioni. Basta con tutto ciò che invece di fare giustizia aggrava l’ingiustizia di una distribuzione impari delle risorse, chi schiacciato da sempre nuove tasse e chi la passa sempre liscia, i nullatenenti col panfilo in rada. Per la verità questo non lo dicono, per quanto dovrebbero dirlo anzitutto gli italiani.
  Come il “tutti uguali” del ’68 fu una illusione giovanile, così il “tutti via” di oggi è una pretesa senza speranza. Per quanto gli indignados abbiano ragione ad essere indignati contro un potere che accusano di cancellare la democrazia. Un potere che davanti a un computer decide ogni giorno quale Paese crolli e quale no senza risponderne a nessuno. Un potere che chiamiamo mercato attribuendogli una sacralità da non discutere, i mercati decidono, i mercati chiedono, i mercati si aspettano una vittima sacrificale al giorno: oggi la Grecia, domani l’Italia.
 C’è, negli indignados, la stessa ingenua aria di sfida di tutti i giovani e di tutte le piazze. Sembra di ascoltare un loro guru da poco scomparso, lo “stay foolish”, siate folli di Steve Jobs. Un vento purificatore che spesso lascia non meno rovine di prima. Ovvio che il debito debba essere pagato, perché i demonizzati mercati non sono solo quelli del poker con i risparmi degli altri, ma anche le persone in carne e ossa che ti hanno fatto prestiti per consentirti di scialacquare. E gli unici che senza speculare ti possono salvare o precipitare di più.
 Però è anche vero che col debito si possa convivere. E’ anche vero che si possa pensare a “default”, fallimenti concordati e selettivi: paghi poco alla volta e soprattutto ti rivali sui tuoi cittadini che più hanno invece che su quelli che meno hanno. In Italia significa scegliere una tassa patrimoniale sui redditi più alti invece di aumentare un’Iva punitiva per i consumatori che ogni giorno devono arrangiarsi col formaggino non col caviale. E che se si deve tagliare la spesa, si cominci da quella indecente della politica più che da quella degli enti locali che devono assistere gli anziani più che riempirsi di auto blu. E che se si deve combattere il lavoro nero, lo si combatta dando il lavoro e non solo eliminando i sottoscala dello sfruttamento. E che se si devono colpire le pensioni, si cominci con quelle di anzianità, un abuso non per nulla soprattutto del Nord mentre si guarda sempre alle false pensioni di invalidità del Sud.
 Perché in questa legittima e benvenuta indignazione, la grande assente è l’indignazione del Sud. Quello che ha scelto ancòra una volta di abbassare la testa invece di urlare ai cieli un “basta” secolare alla sua sottomissione. Gli indignados meridionali dovrebbero essere l’avanguardia della ribellione a un destino sempre e solo di emigranti. Anche perché ora gli emigranti sono proprio i ragazzi diplomati o laureati che potrebbero essere il domani vincente del Sud e non potranno esserlo.
 Indignarsi, per loro, è un dovere più che un diritto. Non solo per il Sud, ma per tutta l’Italia. Che può crescere solo al Sud e non lo fa per l’ottusità e l’egoismo di chi vuole farlo passare solo per monnezza. Un’Italia che, con le pezze al sedere, si consente il lusso di non mettere in condizioni un terzo del Paese e un terzo della popolazione di dare quanto possono. Indignatevi, giovani terroni, fate quello che i vostri padri non hanno saputo fare.