Una vita intera a mettere firme

Sabato 29 ottobre 2011 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Ma perché in Italia bisogna mettere tonnellate di firme ovunque? Ultimo il censimento: un paio di dozzine, e ce n’è sempre una che hai dimenticato. Devi chiedere il conto on line alla banca? Firme a raffica fra sterminati testi in corpo 4/5, roba da cannocchiali astronomici. E non ne parliamo se devi fare un investimento finanziario, di quelli che poi scopri che c’era una clausola in base alla quale dopo un po’ hai perso tutto: le firme sono nascoste fra il rigurgito dei testi, sabbie mobili nelle quale più ti agiti ad aguzzare la vista più affondi tra le righe. E testi che perciò mai nessuno ha letto, anche perché mediamente tanto incomprensibili da farti sentire scemo. Tranne poi vedertele buttare addosso in caso di contenzioso: c’era scritto.
 IL PAESE DELLE COMPLICAZIONI Uno fra i momenti più importanti di ogni giornata nelle stanze del potere è quello scandito dalla famosa frase della segretaria: dottore, ci sono un po’ di firmette. Ed ecco apparire il librone con una firma da mettere, anzi apporre, ad ogni pagina. E c’è di tutto: dalla lettera per ordinare una confezione da dieci matite, alla lettera di risposta ai sindacati, alla lettera per confermare la partecipazione a un convegno, alla lettera per ringraziare degli auguri. A volte, anzi quasi sempre la firma è uno scarabocchio, nel senso che anche se c’è è come se non ci fosse. E però non sono cavoli, senza firma la lettera sembra imbizzarrirsi come un purosangue o impennarsi come una moto: non va avanti, deve tornare alla firma, foss’anche la firmetta. Dopo di che, sprecate intere giornate di lavoro per mandare avanti le cose, trionfalmente la lettera parte. Per essere il più delle volte buttata via dopo un solo infastidito mezzo sguardo.
 In Italia c’è un ministro per la semplificazione burocratica, ma pare che sia finito in cura per stress da firme sulle lettere di semplificazione. E a poco serve l’avvento dell’elettronica: comunque la firma bisogna apporla. E siccome ti mandano il documento da firmare on line, tu lo devi stampare, apporre la firma, scannerizzarlo e rimandarlo con la firma. Dopo due tre volte ritorni alla firma normale lasciando perdere le mail. Anche perché spesso ti chiedono di anticipare la firma on line ma poi di mandare comunque la versione cartacea per conferma. Cosicché ogni firma si raddoppia per semplificare. Siamo il popolo più firmato del mondo.
 Tu dici: ma non si può fare a meno della firma, come si fa a sapere che sei tu e non un imitatore o un imbroglione? E’ vero. Ma la firma è figlia di una situazione, bisogna metterla perché in ogni tipo di rapporto l’ipotesi è che ti trovi di fronte qualcuno di cui non fidarsi. Soprattutto nel rapporto con lo Stato e sue ramificazioni, il cittadino è un continuo sospettato di volerlo fregare, perché in effetti il cittadino è un continuo tentativo di fregarlo. Un duello fra vecchi marpioni, in cui non si sa chi abbia cominciato per primo. Ecco quindi la firma: so chi sei, anche se non so se sei proprio tu.
 CITTADINI E STATO IN CAGNESCO E’ il frutto di un Paese in cui lo Stato non c’è mai stato. Anzi era il padrone di turno che, più che mettersi al tuo servizio, metteva al suo servizio te e i tuoi averi. Oggi si dice che i politici non perseguono il bene pubblico ma il loro interesse privato: cambia solo la forma. E quindi è una bella guerra a chi colpisce per primo. Col cittadino visto sempre come un presunto colpevole più che come un presunto innocente. Insomma non deve essere lo Stato a dimostrare la colpevolezza, ma il cittadino a dimostrare l’innocenza. In questo ambientino, la firma non è una firma, è una forma di legittima difesa da parte di chi la riceve, e una prova a discarico da parte di chi la mette.
 Non meraviglia quindi che sia semifallito l’unico tentativo di tregua finora fatto: l’autocertificazione. Cioè la possibilità di dichiarare cose senza il documento d’appoggio, per quanto sotto la propria responsabilità e sempre, ovviamente, con la firma. Figuriamoci se attecchiva in un Paese fondato più sullo scarico di responsabilità che sulla fiducia reciproca. Un Paese in cui l’altro è sempre un potenziale nemico. E in cui, se hai un documento in cui lo Stato certifica, mettiamo, la tua residenza dicendo anche che sei cittadino italiano, devi comunque presentare il certificato di cittadinanza, come se lo Stato non si fidasse di se stesso. Ovvio che sia sul primo che sul secondo debba esserci la firma in calce, altrimenti ti fai altre due ore di coda. Fratelli d’Italia.