Dai il peggio sarai il meglio

Sabato 5 Novembre 2011 da l a ’ Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Conosciamo l’espressione pugliese: “non ci facciamo conoscere”. Ce lo raccomandiamo quando andiamo fuori per evitare folkloristiche brutte figure. Un po’ è complesso di inferiorità, un po’ legittima difesa contro certi nostri eccessi. Allora anzitutto niente dialetto, quando invece lo parlano i due terzi del Nord (anzi a Trieste, se uno usa l’italiano, dicono che si vuol dare le arie). E niente urla, sghignazzi, gasteme (leggasi parolacce). Premesso questo, non si capisce come mai il Grande Fratello chiama uno come Danilo Novelli, barese purosangue di 22 anni, il quale a non farsi conoscere non ci pensa nemmeno.
 IL BARESE AL GRANDE FRATELLO Lasciamo stare il passato da occasionale scippatore e la redenzione favorita dalla morte della nonna e dalla scoperta della fede. Una lacrima sul viso. Non ci fossero stati, si potrebbe sospettare che gliele avrebbero inventati. Del resto nella scorsa puntata c’era il figlio di un camorrista vero o presunto, quindi funziona la potenziale canaglia a caccia di verginità in uno studio tv. Ma ciò che ha fatto sùbito del lungagnone Danilo un personaggio sono anzitutto i baresissimi suoni gutturali dai classici “madò” e “moh” ai più belluini “ou” e “auaèiou”, come ha raccontato quell’impunito di Alberto Selvaggi su questo stesso giornale. Con risate corredate ovviamente da ipocriti “ha un accento terribile” e “a Bari sono tutti così?”.
 Non sono tutti così, ma quando se li devono prendere per la tv li prendono tutti così.
Perché in tv se sei normale non servi a niente, devi essere anormale per sperare nel tuo quarto d’ora di popolarità. Tanto che il nostro Danilo ha cominciato a salire nella borsa degli scommettitori addirittura come potenziale vincitore per già riconosciuti inequivocabili demeriti. E’ la legge dello spettacolo che titilla chiunque ci voglia stare a dare il peggio di se stesso. Vittorio Sgarbi è un fine critico d’arte, ma non sarebbe nessuno se non si agitasse come un tarantolato. E così gli onorevoli dei molto disonorevoli dibattiti politici, dove conta più la battuta becera che il concetto, più la capacità di non far dire agli altri che di dire.
 La tv non è un posto per persone normali. Anzi più abbassi il livello più sale l’ascolto, più accentui l’eccezione più diventi eccezionale. Di Danilo hanno parlato come di “un misto tra Zalone e Cassano”, anche se non bisognerebbe confondere i fanti con i santi. La cafonaggine di Zalone è arte. E quanto allo sfortunato Cassano Antonio, che pur la tv la evita come la peste, è un altro artista che disegna arabeschi sul campo, ancorché bisogna ammettere che non sarebbe diventato Cassano se non li avesse corredati con le cassanate. Cioè lo sberleffo, il gestaccio, l’irrisione sublime del guizzo sportivo.
 LE REGOLE DELLA NOTORIETA’Il fatto è che in fondo le regole della tv non sono diverse da quelle moderne della notorietà in ogni campo. Spesso si diventa personaggio proprio se l’arte la metti da parte. O perlomeno non la fai pesare su un pubblico che, più che ammirare vuole biasimare, più che imparare vuole sghignazzare, più che incantarsi vuole sfogarsi. Domina ovunque la Curva Sud, non si valuta ma si fa il tifo, senza sangue nell’arena c’è solo un’arena esangue. E’ il trionfo del “come lo dici” su “ciò che dici”, banalmente il trionfo del come appari sul come sei. Nel cinema si sostiene che è il difetto a fare la diva, a farla passare osservata più che inosservata. Non è tempo di perfezioni.
 Per dire: è possibile che il giovane sindaco di Firenze, Matteo Renzi, sia un genio. E che possa essere davvero una alternativa alla gerontocrazia non solo del suo Partito Democratico. Ma se fosse andato avanti solo a botte di idee, neanche lui sarebbe diventato Matteo Renzi. Cioè quella esplosione di vitalità, spocchia, toscanità sfregiante che lo segnala come astro nascente più per la sua elettrica comunicazione che per le sue cento proposte per salvare l’Italia. Che quasi sicuramente pochi conoscono, quanto invece conoscono le sue battute al vetriolo contro i suoi stessi dirigenti, coi quali il dialogo va avanti a sopraffini inviti tipo “dovete solo andarvene in pensione” e a repliche solforiche tipo “stai zitto tu che sei loffio”.
 Saper fare le cose e saperle dire è importante, lo insegnano anche nelle scuole per manager. Ma oggi, più che saperlo dire conta saperlo dire con numeri da circo. Così tanti talenti scendono a compromesso per non scomparire. Ma così tanti somari salgono agli altari quando meriterebbero solo la polvere.