Kriptonite e nostalgìa

Mercoledì 9 Novembre 2011 da la ’Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

LA KRYPTONITE NELLA BORSA – di Ivan Cotroneo. Interpreti: Valeria Golino, Luigi Catani, Luca Zingaretti, Cristiana Capotondi, Libero De Rienzo, Vincenzo Nemolato, Fabrizio Gifuni. Commedia, Italia, 2011. Durata: 1h 33 min.
 
Eravamo poveri ma belli in quegli anni ’70. E col mondo tutto davanti. Ancor più a Napoli, dove i nostri eroi inseguono tutti un loro sogno che si scontra con la realtà ma senza perdere allegria. Il pericolo più grosso è la kryptonite verde, unica sostanza letale per Superman, quale crede di essere Gennaro, che poi muore molto umanamente sotto il bus 111sbarrato. Un personaggio bizzarro cugino di Peppino, riccioluto bambino di 9 anni con occhialoni da miope. E attorno a cui gira la storia.
 A cominciare dal padre (Luca Zingaretti) in crisi matrimoniale con la madre (Valeria Golino), perché lui la tradisce con una collega facendola finire da uno psicanalista un po’ sporcaccione (Fabrizio Gifuni). Così lo sbattuto Peppino (Luigi Catani) incappa nelle cure di due giovani zii scapestrati (la Capotondi e De Rienzo) ma simbolo del ribollire di futuro e che lo introducono nell’universo psichedelico delle feste a botte di libertà sessuale e droga.
 L’unico consigliere buono per la sua crescita si riduce a essere proprio Gennaro, che di tanto in tanto risorge dall’oltretomba per dispensargli regole di vita. Anzitutto che la felicità non è facile da raggiungere, ma che bisogna avere la forza di essere sempre se stessi superando piccoli e grandi drammi: per esempio contro le angherie dei compagni di classe bulletti. La voglia di spezzare il cerchio che poi ispira anche la rivoluzione femminista del “buttate il reggiseno”.
 C’è una grazia leggera in questo racconto di formazione non solo per Peppino, un po’ stranito per ciò che gli frulla intorno. Ma per una intera generazione piena di una speranza oggi perduta. Con la nostra grande famiglia in cui ciascuno è a caccia di un proprio qualcosa. E che comunque se la cava senza smarrire né umanità né vitalità né ironia, lontano dalla odierna quasi disperante rassegnazione. In una Napoli solare ripresa con la luce diafana del ricordo. E in cui nessuno è mai solo.
 Il senso è trovare il sorriso anche nel dolore, dice il regista Ivan Cotroneo, alla sua opera prima dopo una milizia da sceneggiatore (anche per “Mine vaganti” di Ozpetek). E che qui ha trasposto il suo analogo romanzo (Bompiani ed.), solo a tratti autobiografico. Nulla di eccezionale, ma si ride fra siparietti gustosi, alcuni virtuosismi d’autore, un’aria surreale, costumi e ambientazione d’epoca azzeccati, buone recitazioni (centrale la Golino), qualche stasi di narrazione. E con una colonna sonora talmente formidabile da rischiare la nostalgia di un tempo ormai lontano.