Indossiamo tutti la maglia nazionale

Venerdì 11 Novembre 2011 da la ’ Gazzetta del Mezzogiorno ’

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L’Italia dovrebbe imparare dai suoi stupendi volontari. Come il vigile del fuoco che dopo il crollo di Barletta resta sveglio 48 ore di fila per scavare fra le macerie. O come il piccolo grande eroe che alle Cinque Terre perde la vita per salvare quella degli altri. O come i giovani angeli del fango che a Genova buttano sangue per far tornare al sole la città.
 Bisognerebbe farlo ora che ci aggiriamo fra le rovine della crisi come dopo una guerra. E nell’aria spettrale del giorno dopo imbracciare pale e picconi e a mani nude ricostruire soprattutto una fiducia. Si dovrebbe imparare dai nostri contadini che con la schiena curva continuavano a portare una dietro l’altra la loro “pietra al parete”, il piccolo apporto a quei muretti a secco che sono monumenti all’ingegno e alla fatica. E che resistono da secoli. Bisognerebbe imparare dai nostri trullari che erigono stupefacenti prodigi senza aver mai conosciuto un libro di architettura. Bisognerebbe imparare dal nostro “popolo di formiche” che ha trasformato in giardino una terra di pietre. Bisognerebbe imparare dai vecchi che continuano a piantare alberi anche se non li potranno vedere cresciuti.
 Si dovrebbe farlo anche per rispondere a quanti all’estero ormai ci odiano, temono che con noi possiamo portare a fondo anche loro. E disprezzano e dileggiano il faro di cultura e di ogni meraviglia che fummo e siamo. Il Paese della bellezza. Mai da noi così vilipesa e offesa come oggi. Smarrita nelle parole, nei gesti, nei comportamenti, nel paesaggio. Ricordando che nei costumi di terra di Puglia si brinda “alla bellezza”, per dire quanto ora ci manchi.
 Invece loschi figuri continuano a seminare rabbia e lacerazioni mentre ci servirebbe partire tutti insieme all’impresa di un nuovo Rinascimento. E di un nuovo Risorgimento. Uno spirito di rivalsa che, con tutti i suoi difetti e i suoi tradimenti specie al Sud, ha compiuto la più grande rivoluzione di un secolo. La nascita di una nazione che era stata la luce del creato fino a trecento anni prima, fin quando i Lanzichenecchi non la presero come oggi i barbari invisibili della finanza internazionale. Ma allora come oggi una luce spenta per colpa propria e non altrui. E da riaccendere come incita a fare quell’imprenditore che acquista la pagina di un giornale per lanciare la sua chiamata alle armi: compriamoceli noi i nostri titoli di Stato, dimostriamo al mondo di che pura razza crociata siamo fatti.
 Non abbiamo bisogno di uno Jan Palach che in piazza san Venceslao a Praga dà al fuoco i suoi struggenti 19 anni per protesta contro l’invasione dei carri armati sovietici. Né abbiamo bisogno della immensa follia di quel minuscolo cinese che i carri armati fermò nella piazza della Porta Celeste a Pechino. Abbiamo bisogno di indignarci, magari contro noi stessi. Come quando, negli anni ’20 del 1800, ancòra una volta un francese, il giornalista Lamartine, scrisse dell’Italia come di “un Paese di morti abitato da inane polvere umana”. Quei francesi che ancòra gli girano le palle per le imprese di Bartali in casa loro. Abbiamo bisogno di indossare di nuovo la maglia della Nazionale.
 Abbiamo bisogno che stia zitto un comico che pur ha tanto interpretato la fantozziana resistenza umana contro ogni Potere. Quel Paolo Villaggio che, parlando della sua Genova violentata dall’alluvione, si dichiara “vaghissimamente indignato perché i liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica che è forse la piaga di tutta l’Italia”. Insomma l’Italia frana per colpa di Napoli. Dimenticando, il Villaggio, suo padre di Palermo e suo nonno di Mascalucia (Catania). E ignorando che se l’Italia avesse oggi un’amministrazione delle bonifiche come quella dei Borbone non avrebbe terrore ogni volta che cade una goccia dal cielo.
 Abbiamo bisogno che ci pensi un po’ meglio un giornalista come Vittorio Feltri, il quale elogia l’emigrazione come una opportunità positiva. E aggiunge che si emigra ovunque. Perché una cosa è dire che sulle emigrazioni sono nate le civiltà, magari dirlo ai suoi compaesani leghisti. Un’altra è dire ai giovani meridionali che non stiano sempre a fare storie, si tolgano dai piedi come hanno sempre dovuto fare i meridionali perché non c’è stato mai posto né pane per loro. E che invece di fare i bamboccioni o i fannulloni, vadano via e facciano magari i tornitori anche con la laurea in ingegneria. Raccomandazione inutile, perché già fanno i telefonisti ai call center.
 Si riposino un po’ i tanti cattivi maestri. L’Italia ha bisogno di una pausa silenziosa e di un ronzio operoso. Ha bisogno di costruttori di speranza e non di distruttori di futuro. Ricordando, con Pablo Neruda, che la speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle. Alla riscossa, compatrioti.