Poveri italiani somari parlanti

Sabato 3 Dicembre 2011 da la ’ Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Bisognerebbe impedire ai nostri ragazzi di parlare a modo loro. Esempio, come immortalato in un recente film, di dire “scialla” per dire stai tranquillo. O “non ti mettere a tampone” per dire non mi stare addosso. O “stai sclerata” per dire hai i nervi a pezzi. Sembra facile, a cominciare dalla possibilità di impedire qualcosa ai nostri ragazzi. Ma è indispensabile per la sopravvivenza della lingua italiana. E per poter ancòra parlarci fra di noi.
 Semitragica premessa per commentare quanto affermato nei giorni scorsi da Tullio De Mauro, il maggior linguista italiano. Sette italiani su dieci, ha rivelato, non capiscono la nostra lingua, nel senso che non riescono a leggere e comprendere cosa dice un testo scritto di media difficoltà. Come il lettore avrà notato, nella frase precedente si è usato prima il verbo”capiscono” e poi quello “comprendere” per evitare la ripetizione. Ma è possibile che si capisca appunto il primo e non il secondo. Eppure sono sinonimi, cioè parole con lo stesso significato: spiegazione necessaria perché pochissimi conoscono la parola “sinonimo”.
 UN DISASTRO NELLA LINGUA Questo, per spiegarci, il livello. Magari bisogna dire “vado a comprare le cicorie”, perché se si dice “vado a trovare un po’ di verdura” scende il panico. E sono da espulsione quei cronisti calcistici che si ostinano a parlare di “ripartenze” invece del più vecchio e rassicurante “contropiede”. De Mauro ha aggiunto che solo un misero venti per cento degli italiani (più chiaro dire solo venti italiani su cento) “possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana”.
 Proviamo con un esempio. Solo un italiano su cinque (ancòra meglio) capirebbe una frase di questo genere: “occorre affrettarsi entro oggi per impedire che il contratto scada e si debba rinnovarlo con aggravi di costi”. E il contratto potrebbe essere quello dell’”elettricità”, più comunemente noto come contratto della “luce”. Siamo, insomma, al più cupo analfabetismo di ritorno, madonna che vorrà dire: gente cioè che è andata a scuola, anche la scuola dell’obbligo (più alla portata di tutti l’espressione “ha fatto fino alla media”) ma ha dimenticato buona parte della lingua italiana lì imparata.
  E’ immaginabile che De Mauro se ne scandalizzi. Eppure fu proprio lui che, una cinquantina di anni fa, disse che, su 120 mila vocaboli della lingua italiana, quelli più o meno usati dagli italiani sono non più di 4 mila. E che c’è chi ne usa non più di 700 (proprio settecento) per vivere e sopravvivere. Ma erano 50 anni fa. Poi c’è stata l’istruzione di massa. La sopraddetta scuola dell’obbligo è passata a 12 anni di frequenza. E però, per dire, c’è stata anche la televisione. La quale, per nove anni dal 1959 al 1968, ha avuto il maestro Alberto Manzi e la mitica trasmissione “Non è mai troppo tardi” al servizio di chi non sapeva leggere e scrivere.
 LA SCUOLA E LA TELEVISIONE Il bello è che allora la tv era per pochi intimi (meglio dire: non ce l’avevano tutti). Quando anch’essa è diventata di massa (meglio dire: quando l’hanno avuta tutti), invece di insegnare a parlare meglio, ha insegnato a sparlare meglio. Cioè a gridare, insultare, sovrapporsi (meglio dire: parlare tutti insieme), a considerare il congiuntivo un’offesa. Fino alla (ovvia) raccomandazione agli ospiti dei programmi: non dire cose difficili. Diventata una istigazione a dare il peggio di sé anche nella lingua.
 Questo per non dire di nuovi linguaggi come il politichese o il sindacalese, cioè il modo di parlare di politici e sindacalisti. Fino agli ultimi capolavori del linguaggio dei pubblicitari o del marketing (quelli che dicono “ti veicolo un avviso” o “ti stresso un concetto”). Con una parola d’inglese ogni tre. E che all’obiezione rispondono: ma l’inglese ormai lo sanno tutti. Purtroppo non tutti sanno l’italiano. Forse essi stessi compresi.
 Inevitabile l’indice puntato sulla scuola, che ne ha fin troppi ingiustamente addosso. La verità è che bisognerebbe continuare a studiare l’italiano sempre, in qualsiasi facoltà universitaria. Anche perché di somari che le bazzicano ce ne sono a iosa. Piccolo episodio. Bari, giornata di protesta degli “indignati”. Un giovane prende il microfono e dice: “A queste condizioni, meglio se la mia scuola non esisterebbe”. Rivendicava il diritto allo studio. Avrebbero dovuto imporgli il dovere allo studio.