In pensione che ( in ) felicità

Sabato 17 Dicembre 2011 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Non è vero che gli italiani siano così felici di andare in pensione. Magari lo sono quelli che lavorano in un centro siderurgico. Quelli dai turni massacranti compresa la notte. I pendolari. Quelli che non sono mai andati d’accordo col capo. Quelli che non hanno mai digerito il lavoro che fanno. Quelli che non stanno bene. Quelli che hanno i soldi e non hanno mai potuto goderseli. Quelli che non hanno avuto la promozione. Soprattutto quelli che temono domani una pensione peggiore. Ma ad ascoltare dell’attuale sommossa contro l’innalzamento dell’età per andare in pensione, a cominciare dalla sventuratissima classe ’51 e ’52, si può avere la sensazione che gli italiani siano un popolo di sfatigati.
 DIETRO L’ATTUALE CORSA E’ vero che non c’è Paese al mondo con tante feste come il nostro. Ma non c’è Paese al mondo con la Chiesa in casa come noi: e le nostre feste in più sono anzitutto religiose. Nessun appunto alla Chiesa, abbiamo concordato tutto liberamente. Se avessimo in casa Hollywood, staremmo sempre al cinema. E quando Tremonti, in una delle sue manovre finanziarie mutevoli da un minuto all’altro, s’azzardò a cancellare feste patronali e immacolate concezioni, segnò l’inizio della sua fine. Compresa quella ultraterrena.
 Non abbiamo in compenso una festa nazionale vera, perché sia il 2 giugno della Repubblica, sia il 25 aprile della Liberazione, sia il 4 novembre delle Forze armate, più che feste nazionali, sono feste che dividono la nazione. Infatti, tutto siamo tranne che nazionalisti. E per questo siamo diventati gli europeisti più convinti: non costava niente. Ora forse non siamo più neanche quello.
 Però non si è mai visto un pensionato festeggiare la pensione con l’aria di chi la festeggiasse veramente. Sì, i discorsi, gli abbracci, la torta e tutta la retorica dei colleghi sotto sotto divisi fra il “ci mancherà” e “meno male che si è tolto dalle scatole”. Dopo di che, quando la sala si svuota, il vuoto. L’ingresso in un territorio sconosciuto. L’angoscia per i nuovi tempi, le nuove mura della vita ancorché quelle familiari (se non proprio quelle più temute). E l’onere di ritagliarsi un posto e un senso. Tempi ancòra più angosciosi quanto più si è giovani. Ma angosciosi anche quanto più anziani, quando scemano le albe.
  Ma questo succede, al di là della pensione, quando si passa dall’età in cui si davano ancòra cattivi esempi a quella in cui si danno solo buoni consigli. Dall’età in cui c’era più futuro davanti che passato alle spalle. Ma questa attuale corsa alla pensione è solo un tentativo disperato di non rimanere fregati, perché con qualche giorno in più o in meno si perde una finestra e vorresti spararti. Però tutto può significare, tranne che gli italiani siano scansafatiche.
 LO “SCHELETRO CONTADINO” Piuttosto, furbi. In pensione per fare un altro lavoro, quasi sempre in nero. Come la schiera in gran parte nordista dei baby pensionati, quelli che Bossi ha difeso col suo abituale stile facendo anche cadere il governo. O come quelli non baby che, più che un altro lavoro, si vanno a cercare una occupazione, un da fare. Un volontariato. Un compito socialmente utile. I servizi quotidiani. Non solo per riempire il tempo, ma perché, come ha detto il sociologo De Rita, questo Paese continua ad avere uno “scheletro contadino” anche nell’era delle guerre stellari della finanza.
 Lasciamo stare le donne: hanno sempre fatto doppio lavoro anche quando ne facevano solo uno. E continuano a farlo anche se sono in pensione, le donne in pensione non ci vanno mai. Ma “scheletro contadino” significa non avere stagioni, anche se nessuno come il contadino ha a che fare con le stagioni. Il contadino pianta l’albero anche se non lo vedrà cresciuto. E non c’è per lui un’età d’inizio e un’età di fine, il suo tempo è un tempo circolare. E un contadino, è certo, è in ogni italiano. Anche in chi non vede l’ora, come si dice, di salutarvi e mandarvi tutti a quel paese.
 I sindacati difendono pensionandi in buona parte incazzati sia perché non possono andare in pensione sia perché non possono continuare a lavorare. Due impotenze. Questa schizofrenia aleggia sulle piazze, questo il non detto che nobilita un popolo. Bisognerebbe far diventare una ricchezza questo oscuro desiderio di continuare a esserci. Invece  gli scioperi, le lacrime della ministra Fornero, i dibattiti infuocati possono dare l’impressione di una repubblica non più fondata sul lavoro. A qualsiasi età, è purtroppo fondata sul non lavoro, questo il vero problema.