La panzerottata a fin di bene

Sabato 24 Dicembre 2011 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Minimo ci vuole una tombolata o una panzerottata o una partita scapoli-ammogliati. Altrimenti la beneficenza non la farebbe più nessuno. Nel tempo sbracato in cui è tutto spettacolo, anche donare per far del bene deve essere una forma di esibizione, una festa da abito scuro. Se un malato o bambini da orfanotrofio o anziani da ospizio capitassero nel mezzo di una cena sontuosa con ostriche e champagne, signore impellicciate, complessino sclerato, letterina tv scosciata, comico sguaiato stenterebbero a credere che quei signori lo stanno facendo tutto per loro. Penserebbero che si stanno anzitutto divertendo: appunto.
 ESIBIZIONE DELLA SOLIDARIETA’ Ora uno non si mette a fare il moralista e a ricordare altri tempi in cui sui giornali apparivano donazioni firmate solo N.N. e senza nemmeno un torneo di scopone accluso. Poi Mike Bongiorno ha fatto diventare l’Italia un Paese di biscazzieri e per raccogliere fondi ci vuole almeno un burraco sociale. Ed è dubbio, essendo il nostro un popolo primo della classe anche nel peggio, che possa attecchire da noi ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti. Anonimi, e senza la telecamera al seguito, vanno nei grandi magazzini e saldano i conti dei clienti in difficoltà. Il che, molto all’americana, si è tradotto in una epidemia: si racconta di sconosciuti che, bussato alla spalla di un barbone, gli hanno fatto scivolare in tasca una busta con mille dollari e sono scomparsi.
 Ma in questi giorni di generosità istituzionale ci stanno arrivando biglietti di auguri di enti, banche, aziende che dicono: quest’anno non ti mandiamo nessun regalo perché ciò che dovevamo spendere per te lo spenderemo per costruire una scuola in Bangladesh. Tu gli potresti rispondere che potevano evitarti anche il cartoncino (rigidamente in carta riciclata), almeno non saresti stato costretto a rispondere, e ringraziando pure, con un altro cartoncino altrettanto rigidamente in carta riciclata. A parte il fatto che stiamo così rovinati, da rendere inevitabile il sospetto che in Bangladesh la scuola se la possono sognare finché la cancelliera tedesca Merkel non finirà di trattarci tutti come spacciatori di assegni a vuoto.
 Ma la beneficenza forzata dilaga anche nei matrimoni, gli sposi carini ti dicono di non dare a loro, per carità, hanno scelto di aprire un conto per i poveri dell’Uganda su cui gli invitati possono fare un versamento. Se i pezzenti vanno alla festa ma il versamento non lo fanno si vede, e si vede anche di quanto lo fanno anche perché ora Monti spia anche quante volte vai in bagno. A parte il fatto che col regalo tradizionale almeno si poteva riciclare quel vaso orribile ricevuto dai Catacchio di sopra o quel vassoio in simil argento che non vogliono neanche quelli delle cose usate.
 L’ASSALTO DELLA RACCOLTA-FONDI Poi appaiono pubblicità con meravigliosi bambini pronti per la De Filippi o per X-Factor, che dicono se non vuoi che io sia senza futuro, adottami. Per fortuna ci sono milioni di bambini adottati a distanza nel mondo, non è questo il problema. Ma bisogna ammettere che non è una malignità dubitare che quel bambino o quella bambina con la faccia da mensile di moda siano lo stesso bambino o bambina che non possono mangiare in un villaggio sperduto del Senegal. C’è un eccesso disgustoso anche nelle pubblicità, una sorta di show della pietà con i protagonisti fuori ruolo. La pietà è silenzio e discrezione, non furberie per sfondare il video.
 Ed è del resto naturale che si rischi di perdere anche un pizzico di umanità in questo ambientino. Fatto spesso di organizzazioni non governative campo d’azione di truffatori o di agenzie internazionali che scopri spendere le loro entrate più per farne campare (bene) i componenti che per assistere gli altri. Siamoassediati dal dubbio della generosità, nell’assalto ai semafori e a ogni angolo di strada di dammi una monetina, ho fame, avrai tutta la fortuna. Nell’assalto delle raccolta-fondi. Nella ridda delle iniziative di solidarietà che sembrano fatte soprattutto per finire sui giornali.
 La povertà che incombe su di noi ci farà diventare di sicuro più buoni, come sempre avviene nelle civiltà del pane. Ma forse bisognerà stabilire anche nel mondo della bontà il cosiddetto “rapporto personale”. Far scivolare una busta in tasca, almeno sai la tasca in cui va a finire. Passare più dalla parrocchia sotto casa che dal grande buco nero di Internet. Ciò che è certo, è che vedere una dama di carità in visone fa pensare più al visone che alla carità.