Ben riscaldata la vecchia talpa della Guerra Fredda

Marted́ 17 Gennaio 2012 da la ’Gazzetta del Mezzogiorno ’

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LA TALPA – di Tomas Alfredson. Interpreti: Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, John Hurt. Spionistico, Gran Bretagna, 2011. Durata: 2 ore.
 
Che mondo, questo degli agenti segreti: la più detestabile collezione di individui mai conosciuta. In cui, pur lavorando nello stesso campo, nessuno ama l’altro. Anzi ciascuno diffida dell’altro. E ciascuno nello stesso tempo spia il nemico e l’amico. Specie negli anni ’70, clima plumbeo della guerra fredda, sordido scontro sotterraneo fra Occidente e Comunismo. In cui non ci sono i James Bond tutti femmine e avventure, ma grigi personaggi dalle squallide vite specializzati nel rovinarle agli altri (come appunto il bellissimo “Le vite degli altri” sulla polizia segreta della Germania Est).
 Questo mondo è ancòra più detestabile quando si sospetta che ci sia dentro il doppiogiochista, quello che lavora anche per l’avversario: insomma “La talpa”. E’ uno fra i più noti e venduti romanzi di John Le Carrè (nome d’arte di David Cornwell). E che già era stato tradotto in film, protagonista allora un monumentale Alec Guiness nei panni di George Smiley, insignificante ma metodico pensionato dell”Intelligence” incaricato di snidare il traditore. Questa volta affidato a un Gary Oldman da Oscar, abbandonato dalla moglie, malinconico e solitario, anonimo impermeabile bianco alla tenente Colombo.
 Smiley si mette discretamente all’opera fra i sospettati, il famoso Circus, gruppo dirigente dello Spionaggio inglese, in cui ci sono “Tinker, Taylor, Soldier, Spy”, il calderaio, il sarto, il soldato, la spia, appunto titolo originario di Le Carrè. Scorretto rivelare chi è la talpa, cioè chi passa le informazioni ai russi. Più opportuno sottolineare la perfetta ricostruzione ambientale, uggiosa come il cielo di Londra. E come le anime caliginose di interpreti che sembrano aver scelto di stare da una parte e dall’altra, dalla parte del Bene o del Male più per contratto che per idealismo.
 Proprio questo è il pregio ma anche il limite del film, che non avendo né effetti speciali né supereroi, dipanandosi più in stanze d’archivio che in superalberghi di lusso, volendo essere una alternativa a Hollywood, si affida a una tensione da primi piani appassionante ma un po’ statica. E con uno sviluppo non sempre semplice della intricata trama. Nella quale tutti gli attori si muovono però da dio, sotto la regia corretta ma guardinga dello svedese Tomas Alfredson. Che si lascia andare per fortuna con la comparsata breve ma intensa di Svetlana Khodchenkova, russa dal nome complicatissimo ma la cui bellezza è l’unico raggio di sole in tante lunghe equivoche ombre.