Capitano delle mie brame

Sabato 21 Gennaio 2012 da la ’ Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Staremo buoni finché a capitan Schettino non cominceranno a scrivere lettere d’amore. Nessuna meraviglia. Le scrivevano al mostro del Circeo che appena messo ai servizi sociali ha ammazzato altre due persone. Le scrivevano al serial killer Bilancia che aveva fatto fuori una decina di ragazze. Le scrivevano alla piccola Erika dopo le 96 coltellate alla madre e al fratello. E davanti al povero corpo stramazzato della “Costa Concordia” le coppiette vanno a farsi le foto con sfondo su tragedia e col segno di vittoria. Fra poco tenderanno la mano come si fa per reggere la Torre di Pisa, e manderanno la foto sui telefonini di tutti gli amici.  
 SULLA TESTA DELLA “COSTA CONCORDIA” Del resto il sindaco di Avetrana dovette proibire il traffico davanti alla villa degli ultimi palpiti di Sarah perché il turismo dell’orrore non aveva soste. E ora assediano il tribunale alla caccia del nuovo divo, l’Ivano Russo presunto oggetto del desiderio della piccola vittima e della cugina presunta assassina. La macchina infernale della notorietà non cessa mai di sfornare miti, quest’ultimo anonimo e bruttino ma già definito il più affascinante della città con tanto di fidanzata volpina che gli fa da portavoce.  
 Potesse andar libero in giro (e poco ci manca), capitan Schettino sarebbe una rock star, di quelli che vogliono una vita spericolata, una vita piena di guai. Il suo nome e la sua immagine furoreggiano su Facebook e su Twitter, anche se lo definiscono la vergogna d’Italia. Fossero tutte così le vergogne, uno ci farebbe una carriera. Ed è immaginabile che milioni di soliti telefonini siano pronti a immortalarlo quando apparirà alla finestra dei suoi arresti domiciliari. Gli stessi telefonini che hanno mostrato al mondo il terrore sulla nave da lui abbandonata nella serata dell’ignominia. Ma una cosa è andar per mare, un’altra è portarsi un giro un “Love boat”, un Paese dei balocchi galleggiante, che pretende appunto il suo capitan adatto. E chi se ne frega che vada in giro sulla rete un cartone animato in 3D, made in Taiwan, intitolato “Schettino Capitan Codardo”: tutta pubblicità, tutta pubblicità.
 Anche il famoso “Vada a bordo, cazzo” intimatogli dal capo della Capitaneria di porto di Livorno è diventato un tormentone sghignazzante in tutto il mondo, fra poco diventerà un brano rap. Per ora è già una maglietta messa in vendita a 12 euro e 90 da una sveglia azienda del Varesotto, che così fra l’altro presenta l’operazione: “Quella frase non è solo un ordine. E’ un simbolo di chi, in questo Paese, non vuole arrendersi alle difficoltà. Di chi continua a salire a bordo degli interessi collettivi e a non disertare anteponendo i propri”. Come marketing, non c’è malaccio.
 LA MACCHINA DELLA NOTORIETA’ Intanto le tv hanno già cominciato l’operazione acchiappa gli indici di ascolto, eccitanti processi show prima ancòra del tribunale. Sapremo tutto, anche dove lo Schettino se la faceva la sera quando non era ai comandi del suo supercirco galleggiante a fare “inchini” a un’isola e l’altra. Fior di esperti ci spiegheranno tutto sulla fenomenologia del panico che l’avrebbe colpito, mio capitan, altro che vigliaccheria, altro che paragoni col Vittorio Gasmann che nel meraviglioso “Tutti a casa” muore finalmente con la dignità da uomo mentre il lavativo Alberto Sordi lo fa da fellone come in tutta la sua vita.
 La macchina della notorietà pretende masse di fedeli inneggianti e infoiati di “c’ero anch’io”, macina milioni di adepti attirati dal Personaggio e dall’Evento come l’ape dal polline. E importano molto meno, anzi spesso non importano affatto l’angoscia e il dolore di chi ancòra supplica di trovargli una figlia o un fratello. Di chi attende una notizia che non potrà mai più avere da quel giocattolo di morte che in un giorno di ottobre è stato portato a sfidare l’immenso ventre liquido che pretende rispetto e non tollera pagliacciate. La macchina della notorietà impone di avere una reliqua dei protagonisti, fosse una foto o un autografo da mostrare. La pena è il senso di esclusione, non essere stato nel posto giusto nel momento giusto.
 E intanto, mentre la “Concordia” agonizzava nel gelo e chissà se all’ultimo respiro prima di sparire negli abissi come la dantesca “cosa greve in acqua cupa”, più in là sfavillante di luci e di festa passava la sua gemella. Si cenava allegramente a bordo. E, dopo, tutti a divertirsi in teatro. The show must go, lo spettacolo deve continuare, si sa. E così sia.