I nostri giovani beffati e bastonati

Venerd́ 10 Febbraio 2012 da la " Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Uno su tre dei nostri giovani è disoccupato. Anzi inoccupato, nel senso che un lavoro non l’ha mai avuto. Al Sud due su tre. Questi giovani sanno che è dura e che pagheranno una crisi provocata non da loro, ma dai loro padri. Però non hanno mai fatto uno sciopero, perché non hanno un sindacato. Qualche corteo lo fanno di tanto in tanto, ma soprattutto per i tagli alla scuola o all’università. Bisognerebbe lodarli perché vogliono studiare. E un po’ di buriana, nel senso di qualche dimostrazione in piazza, c’è stata contro il debito, e se a Roma è finita a ferro e fuoco, certo non è stata colpa loro. Dicono che perlomeno il debito che avete fatto voi (sempre i padri) cercate di non farlo pagare a noi. Non che gli Stati non debbano pagarlo, ma che non ricadano su di loro le conseguenze. Tipo: no sacrifici senza sviluppo.
 Per il resto questi giovani non hanno tempo. Perché, o sono sui libri senza sapere che fine faranno. O mezza fine che faranno lo sanno già, perché stanno lì a mandare curriculum senza che nessuno gli risponda. Quelli del Sud sono impegnati a preparare il trolley per emigrare. Insomma, se tutte le categorie fossero come loro, la Camusso (Cgil), Bonanni (Cisl), Angeletti (Uil) potrebbero cambiare mestiere. I giovani si sono messi sulle spalle il fardello della società che gli hanno fatto trovare, magari pensano (col poeta) nessuno venga a dirci che i vent’anni sono l’età più bella della vita. E quelli che lavoricchiano, oggi lavoricchiano, domani no in attesa di un altro lavoricchio. Cioè non sono fissi ma soffrono in silenzio.
 Ma il silenzio non è sufficiente per non essere sfottuti continuamente. Lasciamo stare i “bamboccioni” dello scomparso ministro Padoa Schioppa. Ma il belloccio (e privilegiatissimo) viceministro Martone gli dice che sono “sfigati” se a 28 anni non sono laureati, e non lo sono perché devono appunto lavoricchiare per pagarsene le spese. La ministra Cancellieri gli dice che non devono essere “mammoni”, nel senso che devono darsi da fare e non stare attaccati alla gonna di mamma. La ministra Fornero, tra una lacrima e l’altra, gli dice che devono imparare a rischiare. Il presidente del Consiglio, un tempo di poche parole, e ora di molte a spiovere, gli dice che il posto fisso è monotono e che se lo devono sognare.
 Se i giovani avessero un sindacato o tempo per stare a rispondere, dovrebbero rispondere: ma scusate, qualcuno vi ha mai detto niente? Perché state sempre a insultarci senza che nessuno vi abbia mai pregato? C’è mai stato qualcuno di noi che sia venuto sotto uno dei vostri Palazzi a gridare, dateci il posto fisso? Più che un lavoro fisso, noi vogliamo un lavoro. E voi chiamatelo come vi pare, flessibile, interinale, cococo, cocopro, l’essenziale è che un lavoro sia. E di sicuro meno fisso di quello di tanti politici a vita.
 Ma neanche gli ex riescono a tenere un po’ la lingua a posto. Come l’ex ministro Brunetta, il quale fa questo ragionamento. Siccome da una quindicina d’anni in Italia non si produce un posto di lavoro, cosa significa? Significa che non funziona il mercato del lavoro, quindi occorre riformarlo. Occorre riformarlo soprattutto con la libertà di licenziamento. Cioè, per rimediare ai posti di lavoro che non si creano, licenziamo, così si perdono anche quelli che ci sono. Non sfiora l’ex ministro, che pure è fior di economista, l’idea che i posti di lavoro non si creano perché non c’è crescita, non perché non funziona il mercato del lavoro. E sulla crescita che non c’è, egli coi suoi governi (non meno degli altri) dovrebbe dare spiegazioni.
 Insomma la sensazione penosa è che si voglia criminalizzare una generazione già a rischio di essere cancellata dalla vita, di non poter mai diventare grande. E di questo tormentone dell’articolo 18, ne vogliamo parlare? E’quello che consente il reintegro di che è licenziato non per giusta causa nelle aziende con più di quindici dipendenti. Allora il medesimo Monti dice: nessuno investe in Italia sapendo che c’è. Ma qualcuno crede davvero che un’azienda non cresca per non correre il rischio di non poter licenziare? E che uno non venga in Italia per lo stesso motivo? E la burocrazia che blocca, la corruzione che ruba, la giustizia civile che non decide, la criminalità che taglieggia, la politica che litiga dove li mettiamo? No, l’articolo 18.
 Si licenzi solo in caso di crisi aziendale, come pare che anche i sindacati vogliano proporre. E se si vuole proteggere, come si dice, il lavoratore e non il lavoro (cioè non il suo posto fisso), gli si consenta di sopravvivere e di essere addestrato per un altro posto quando il lavoro lo perde. Ma la si finisca di far finta. La si finisca di parlare e di esasperare. La si finisca di ingannare i giovani. I quali non solo si sono trovati una situazione senza allegria, ma si sono trovati anche padri senza decenza.