Siam tutti figli di Mamma Palla

Lunedì 13 Febbraio 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Se Gianni Spinelli non fosse il fior di giornalista e scrittore che è, dovrebbe fare l’incantatore di serpenti che non sa di essere. Perché costui trasmette incanto a tutto ciò che tocca. Anzi, più che incanto, qualcosa di ancòra più inestimabile e di introvabile al mondo d’oggi: la grazia. E siccome, schivo com’è, ma anche sfregiante sornione, penserà sùbito che lo si stia a tirar su per i fondelli, allora si prenda per le mani il suo ultimo libro: <I figli di Mamma Palla> (Sedit editore, pag. 168, 12,50 euro). E si capisca.
 Vi si narra di personaggi, episodi, tragedie, trionfi, sconfitte dello sport in modo che un tempo si sarebbe detto <in punta di penna>. Ora che non ci sono più né la penna né la punta, diciamo che egli racconta con l’occhio arguto di chi scruta l’anima prima del gesto atletico, di chi coglie l’inespresso e l’invisibile e l’indicibile prima di ciò che tutti vedono, di chi scopre nei suoi personaggi ciò che magari neanche gli stessi personaggi conoscevano di se stessi. Pericoloso, Gianni: ti guarda distratto, e ti ha già trovato il tuo posto nel ricordo o nell’oblio.
 E per concludere con i complimenti (meritati al di là della comune milizia professionale e post-professionale), che musica la sua scrittura, sound direbbero quelli che parlano difficile. E che teatrino il suo campionario di umanità. Anche nello sport che, fra scommettitori, venditori di partite, ciclisti drogati e primedonne isteriche, più che un gioco sia pure spesso miliardario, è diventato un po’ un porcilaio.
 Ma perché Mamma Palla? Perché chiunque fa sport ne è figlio. Ma anche chi non fa sport. La palla è l’oggetto universale del desiderio di chi è piccolo, non c’è bimba o bimbo che non la voglia, e da un Polo all’altro. Poi alcuni si mettono a prenderla a calci, e alcuni da dio. Altri scelgono una piscina o un bolide di Formula 1, ma in fondo lo spirito è sempre quello, tra gioco, passione, competizione, stupore.
 Così nel libro si dipana quello che Spinelli stesso definisce un <viaggio non organizzato nel mondo dello sport, irriverente e fuori dagli schemi> (ve l’avevamo detto?). La copertina cita il solito Cassano Antonio messo sull’attenti dal figlio Christopher (ma non lo poteva chiamare Vitino?), Berlusconi che spiega il suo 4-4-3, il presidente della Lazio, Lotito, che parla in latino (chissà se meglio del suo italiano), il texano inanellato e ingioiellato che voleva comprare il Bari, Maradona che fa il capo di una chiesa. E poi i suoi (del medesimo Spinelli) amati cavalli, Ribot e Varenne. Per non parlare delle sue interviste immaginarie, onestamente un colesterolo vista l’immaginazione che già riesce a suscitare con i cristiani in carne e ossa.
 Ma poi, basta saltellare da una pagina all’altra. Dalla commozione nazionale per il grande Torino, all’uomo solo al comando. Dal gigante buono Carnera (anche se menava come un fabbro), a <O Rei> imbattibile in campo ma sconfitto nella vita. Dall’olimpionico Berruti che faceva a gara di velocità coi gatti, al grande nuotatore meglio conosciuto come Tarzan. Ma anche roba al momento in servizio permanente effettivo, dal ginecologo milanista di Gioia del Colle che vuole fucilare tutti gli juventini (ma quest’anno se ne deve fare una ragione), alla libidine di Ventura, a Giovinazzo paese cui non manca una rotella.
 Gianni Spinelli è alla sua seconda avventura letteraria dopo il fortunato <Palloni & palloncini>. Siccome serve a tutti recuperare un po’ di candore e di magia e di divertimento anche, il suo Mamma Palla si raccomanda vivamente (anche per i deliziosi e teneri disegni di Maurizio Di Feo). E di sicuro, la sua è un’Orchestra dello Sport, ma in fondo della Vita, nella quale chiunque vorrebbe stare anche a suonare i piatti. Forse non c’è spazio solo per i figli di Mamma Palla permalosi o spocchiosi. Perché questo Spinelli, resti fra noi in Europa, è di una leggerezza zuccherosa come può esserlo il cianuro.