Povera Italia del " no " a tutto

Sabato 10 Marzo 2012 da la " Gazzetta del Mezzogiorno "

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Sì, siamo come quei soldati giapponesi che vent’anni dopo si nascondevano ancòra nella foresta credendo che la guerra non fosse finita. Così è questa questione dei negozi aperti la domenica. Sollevazione generale, dai piccoli negozi agli immancabili sindacati, in testa la Cgil del “no” fisso a prescindere. La domenica si va a messa. La domenica si deve dedicarla a se stessi e al tempo libero. La domenica è la giornata della famiglia. La domenica aperta è un favore ai supermercati.
 DALLA TAV ALLE DOMENICHE APERTI Questa la fantasia. Vediamo la realtà. La domenica sono sempre meno quelli che vanno a messa e chi non ci va non è traviato dai negozi attualmente chiusi. La domenica uno la dedica a se stesso e al proprio tempo libero come gli pare, se gli piace anche andando per negozi (e quanto ai commessi, non sarebbero i primi lavoratori a lavorare di domenica, ché anzi conviene perché si è pagati di più). Mai come la domenica la famiglia è fai-da-te: i figli a letto fino a tardi perché hanno fatto notte, lui al calcetto, lei con le amiche a sparlare di lui. La domenica non è un favore ai supermercati che infatti aprono lo stesso, e sono per giunta sempre pieni, e fanno lavorare altri commessi. E poi, la domenica aperti è una facoltà non un obbligo: ma in Italia c’è sempre chi deve decidere per gli altri, dal carabiniere per farti rispettare la legge che altrimenti non rispetti, al prete per farti rispettare la morale.
 (E’ evidente, parliamoci chiaro, che fanno bene i sindacati a difendere i piccoli negozi, e che non bisogna far assediare la città dalla catena postmoderna dei mostri della spesa. Ma i piccoli negozi si difendono da sé col prosciutto buono e con la camicia di stile, per quanto più costosi, che i supermercati non hanno. E ai supermercati si impongono regole invece di farsele imporre in cambio di assunzioni politiche di favore. Senza dimenticare che mentre i giapponesi erano nella foresta, hanno buttato la bomba atomica. E che ormai quasi la metà del commercio mondiale si svolge on line, via Internet, altro che domeniche).
 Il problema è che siamo un Paese del “no”. La sociologia ha descritto i Paesi del “no”come conservatori e pessimisti, i Paesi del “sì” come progressisti e ottimisti. C’è un’etica del “siamo nati per soffrire” e un’etica del “siamo nati per progredire”, ma lasciamo perdere. Noi siamo no-Tav, no-Rigassificatori, no-Termovalorizzatori, no-Petrolio, no-Tralicci, no-Antenne, no-Nucleare. E quando proprio non si può dire no, si invoca il dialogo, sistema rapido per perdere qualche altro annetto. E in queste battaglie sono in prima linea sempre gli stessi, dalla sinistra agli ecologisti, dagli antagonisti ai demagoghi. Con corredo inevitabile di chi vi si butta a capofitto perché il caos è il suo mestiere.
 BARRICATE E TRASMISSIONI CHIC Ciò che non si capisce è perché essere di sinistra debba significare lasciare il mondo solo al pur benedetto filo d’erba, come se a tutti gli altri piacesse sguazzare nell’amianto e nella diossina. E ciò che non si capisce è perché non sia possibile avere l’Ilva e imporle (con molta fatica) il cielo pulito, come invece la Puglia sta facendo senza demonizzare l’industria. C’è un modo, allora. Solo che non attrae, non finisce nelle trasmissioni chic, non fa titolo sui giornali, non si affida alle barricate, non crea improbabili eroi, non fa gridare mitici “Val di Susa o morte”, magari non dà voti. Ma non è nato oggi il cosiddetto “interesse generale”, che a volte contrasta con quello particolare e personale di chi si può vedere un pezzo di terra espropriato. E interesse generale è un gasdotto che potrebbe passarti sotto i piedi (ma molto sotto) facendoti però stare al caldo o cucinare la pasta.
 Il problema è che il “sì” è molto meno fascinoso del “no”. E intanto si ingannano i giovani, che zaino in spalla sono sempre nella prima linea di tutti i “no”. E’ vero che i giovani devono più dispiacere che compiacere, che a vent’anni si è sempre stati incendiari per finire pompieri a quaranta. Ma si può essere contro anche per cambiare le cose, non solo per lasciarle come sono. Perché se restano come sono, il mondo resterà quello che li adotterà per fare un po’ di casino da qualche parte ma li lascerà senza lavoro e senza futuro. Il mondo del “no” è un mondo che sfrutta la loro bellezza e il loro entusiasmo. Attenzione alle truffe che si nascondono dietro tutti i “No-Tav” dell’universo.