Aiuto, forse lavoriamo un po' troppo

Mercoledì 28 marzo 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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E se lavorassimo troppo? Certo, uno potrebbe dire: ma guarda questo provocatore, con tanti disoccupati in giro. Ma non è una provocazione se pensiamo ai troppi che il lavoro non ce l’hanno proprio perché gli altri lavorano non solo molto ma vanamente. In sintesi: produciamo beni che da un lato non si vendono, dall’altro non si comprano. Sovrapproduzione. L’aumento della produttività fa impiegare sempre meno lavoro, nel senso che lo stesso prodotto si fa con sempre meno lavoratori. E se si impiega sempre meno lavoro, si buttano fuori o si tengono fuori lavoratori che quindi non acquistano. Allora, a che gioco giochiamo?
 Se lo chiedono Nicola e Marco Costantino in un libro appunto da questo titolo: “E se lavorassimo troppo?” (Donzelli, pag. 117, euro 15). Nicola Costantino è rettore del Politecnico di Bari. Marco è economista, ricercatore ed esperto in commercio equo e solidale (con studi sul campo in Kenya, Thailandia, Perù, Siria, Messico, Vietnam) oltre che figlio di Nicola. Un sodalizio familiare per proporci un paradosso a prima vista da rimandare al mittente, non è che ci vogliono riportare alle palafitte. Ma da spiegare passo per passo come luce nel tunnel delle crisi continue che ci affliggono.
 Per far andare avanti la baracca ci chiedono di guadagnare poco e di spendere molto. Come ci siamo cacciati in questo pasticcio? Credendo che l’unica cosa che conti sia lo stramaledetto Pil, cioè la produzione annua di merci e servizi. Senza tener conto che non si vive di solo pane, ma anche di tempo libero, di relazioni con gli altri, di godimento della natura, di piacere di un bel quadro, di desiderio di buona musica, di soddisfazione di aiutare gli altri. Tutti esercizi che oggi vengono considerati ozio o distrazioni da facoltosi vecchi signori (e signore). E invece sono attività che hanno un valore (anche economico). E che, fra l’altro, sono piene di valori.
 Bisognerebbe passare dal Pil a qualcos’altro, perché si può essere i più bravi nella produzione ma i meno bravi nella vita (vedi la Cina, con gli operai schiavi e l’aria avvelenata). Occorrerebbe poter conteggiare, dicono Costantino&Costantino, un’”Economia della felicità”, rifuggendo però dalla vecchia battuta: se la ricchezza non dà la felicità, figuriamoci la povertà. Passare cioè dalla quantità alla qualità. E dando alla qualità un prezzo non inferiore a quello della quantità.
 Tempo ci vuole, dicono i due autori, ma è più o meno inesorabile che ci si arrivi. Non contando sulla mitica “mano invisibile” del mercato, alla cui capacità di giustizia e di equa distribuzione si era affidata l’illusione degli economisti liberali. Né contando su un altro lungimirante Henry Ford, il quale aumentava il salario dei suoi dipendenti in modo che potessero acquistare le auto che essi stessi producevano. Oggi invece per farlo ci indebitiamo, e si indebitano anche gli Stati: un disastro che viviamo.
 Occorre un nuovo equilibrio mondiale. Anzitutto fra Nord e Sud (anche il nostro Sud, ovvio). Un nuovo equilibrio che passi attraverso la rivalutazione (e il conteggio economico) di attività a prima vista non produttive, perché non producono merci ma benessere di altro tipo. Una mondiale “Economia del noi” che alla fine conviene a tutti. Una svolta etica. Fino al concetto alla moda della “Economia della decrescita”: se non possiamo crescere, tanto vale decrescere. Profeta il sociologo francese Latouche: una nuova società che metta in discussione il ruolo centrale del lavoro nella vita umana, in cui i rapporti sociali prevalgono sulla produzione, in cui i prodotti usa e getta sono inutili se non nocivi, in cui la vita contemplativa (di ogni genere) e la solidarietà hanno un loro spazio (e un loro riconoscimento).
 C’è chi dice che quelli che fanno i predicozzi sulla decrescita provengono da zone in cui sguazzano nella crescita. E poi bisognerebbe capire perché il sottotitolo scelto da Costantino&Costantino è: “Lo stomaco di Menenio Agrippa, gli spilli di Adam Smith e i baffetti di Charlie Chaplin”. Un ulteriore intrigo di un libro assolutamente intrigante.