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"Il sole sorge a Sud " di M. Valensise 4 Aprile 2012

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E’ vero che “Il sole sorge a Sud”, come afferma Marina Valensise (titolo del libro appena uscito per Marsilio, pag. 363, 22 euro). Ma questo vuol dire anche che è il futuro a nascere a Sud. Come ha dimostrato appunto il “Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento” da lei fatto (sottotitolo del libro), una sorta di ritorno anche personale alle origini.
 La Valensise è calabrese, figlia di un ex parlamentare e storico dirigente del Msi. Scrive dalla fondazione per il “Foglio” (si occupa di politica e letteratura francese), collabora a “Panorama”, è stata fra gli autori di “Terra!” di Canale 5, ha conseguito un dottorato di ricerca alla Scuola di alti studi di Parigi diretta da Francois Furet. Dice la copertina del libro: “Se alla fine di questo lungo periplo eclettico, parziale e ipersoggetivo, un solo lettore riuscirà ad avere non dico un’altra idea, ma un altro sguardo al Sud, diverso e non compassionevole, il mio non sarà stato un viaggio inutile”.
 Allora l’intento è chiaro. Tanto per cominciare consentire finalmente al Sud di non essere sempre raccontato da altri, e con compassione per giunta, solo come un problema, un danno, un divario, una malattia, una palla al piede. Poi, mettere in rilievo ciò che al Sud non si vede o non si vuole vedere. Questo perché l’inviato frettoloso ci scende il più delle volte per avere conferma a suoi luoghi comuni e ai suoi pregiudizi. E questo perché lo stesso Sud, condannato e autocondannato a essere piagnone per farsi sentire, non è capace di far capire che anche dalle macerie può salire una speranza, che anche dopo un lungo inverno c’è una primavera.
 E quanta primavera, in questo Sud verso il quale tutti hanno il “Drang nach suden” di Goethe, la propensione ad andarci: perché andare a Sud è come tornare nel ventre materno, verso la culla nella quale è nata ogni civiltà e ogni religione. Ma per capirlo, occorre andarci con occhi come quelli della Valensise, non con la puzza al naso dello sfacelo irredimibile, che si salda col fatalismo meridionale del “non cambia mai niente”. E il Sud si deve saper porgere non soltanto come l’affascinante parentesi delle due settimane al mare tutto compreso per i visi pallidi del Nord, ma anche come il luogo di un altro senso della vita, come la promessa di un altro possibile domani.
 E non è soltanto filosofia, o languida guarigione dal gelo di una esistenza nordica tutta produttività e solitudine. Così la nostra ex bambina di Polistena ritorna nel cortile dei suoi giochi infantili, di quelle sue estati indimenticabili. E animata di “passione orgogliosa”, racconta questo oggetto misterioso che è il Sud in modo un “po’ folle”, partendo da Palermo e risalendo verso Napoli, come dire le due capitali dell’ex Regno delle Due Sicilie, e passando a sghimbescio per la Puglia (e la Basilicata). E quando riapre il taccuino, il lampo.
 Non solo (con un po’ di esagerazione) la società dove “l’unica regola è il sopruso”, ma un sol dell’avvenire di inaspettati imprenditori, artigiani, giovani. Tanto più bravi quanto più condannati a districarsi fra ostacoli sconosciuti altrove: dalla litania dei “non si può fare” a una pubblica amministrazione che ostacola invece di facilitare, dalla scarsità di mezzi a disposizione a una malavita (questa sì) cui in molte zone bisogna pagare una tassa a parte. Eppure mille fiori spuntano, mille idee fioriscono. E ovunque incredibili per quanto un po’ isolate “stanze delle meraviglie” terrone.
 Andiamoci, tanto per fare un esempio, a leggere le pagine sulla industria e sulla tradizione della moda maschile napoletana, partita dall’ago e dal filo del solito sottoscala e ora nelle strade del lusso di ogni capitale del mondo. Col pantalone “a piede di tavolino, e cioè slanciato, ma senza eccessi che imbulliscono la gamba”, e la giacca “svelta e serrata su petto e spalla, ma ampia e svolazzante sulla parte inferiore”. E sia pure in una città della quale Marinella, il profeta delle cravatte, dice: “Dove finisce la logica inizia Napoli”. Ma Sud è pure alta tecnologia come la Silicon Valley a Catania, senza la quale i telefonini e i computer non potrebbero funzionare. Aggiungendo, proprio in Puglia, i robot della Masmec di Michele Vinci. E aggiungendoci tanto altro su cui il libro fa luce.
 E Puglia, ecco. Non solo il Nord del Sud, secondo la Valensise. Ma anche la terra in cui è cresciuta un’altra idea di Sud, quel “pensiero meridiano” di Franco Cassano che non è un elogio della lentezza, ma elogio della capacità di guardare non solo alla produzione ma anche a una umanità come valore e non disvalore. E anche qui, anzi soprattutto qui, una modernità e una sfida alla modernità sorprendenti. E il tramonto della maschera del meridionale in soggezione che cambia anche accento per non farsi riconoscere.
 Se tanti convegni si sono sbracciati a parlare di un Sud non come problema ma come risorsa, questo libro lo dimostra col tocco lieve dello stupore del viaggiatore. Concludendo che senza Sud non sarebbe Italia. Lo dovrebbero capire i meridionali. Ma lo dovrebbe capire soprattutto quell’Italia che ha la salvezza in casa ma continua a considerarla una dannazione.