Tutta l'Italia senza maglietta

Sabato 28 aprile 2012 da " La Gazzetta del Mezzogiorno "

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Togliersi la maglia della propria squadra è come sputare sulla bandiera. O, detta diversamente, nel piatto in cui si mangia. Magari uno avrà ragioni per non amare la sua bandiera, ma non le sputa. Invece quei quattro pusillanimi dei calciatori del Genoa domenica scorsa la maglia se la sono tolta come agnellini ubbidienti a un pugno di loschi figuri irritati per lo 0-4 della loro squadra col Siena. Non ne siete degni, toglietevela: e quelli buoni buoni le hanno raccolte tutte insieme ed erano pronti a consegnargliele. Come uno stupro in guerra, l’oltraggio estremo alla dignità.
 I PAVIDI CALCIATORI DEL GENOA Neanche il presidente Preziosi (quello dei giocattoli) ha mosso un dito a difesa della sua faccia: si è messo a fare il duro solo dopo in tv, prende lo schiaffo e poi a debita distanza strilla che ve la faccio vedere io. Per la verità l’unico a non togliersi la maglia è stato Sculli, che è andato però a parlottare col capo dei ceffi, detto il Cobra, abbracciandolo e parlandogli all’orecchio come si fa tra compari. Forse il Cobra ha ricordato che Sculli è nipote di un boss della ‘ndrangheta, Giuseppe Morabito detto “U Tiradrittu”, ma che c’entra. Come non c’entra mai il resto del pubblico, ostaggio di un pugno di gaglioffi che decidono per tutti.
 Sono gli stessi che avevano le bombe carta, i lacrimogeni, magari chissà cos’altro per ogni evenienza, mentre la gente per bene all’ingresso deve attendere il consenso da energumeni con la scritta “Security” che tanti Cobra. Il mondo del calcio ha alzato la voce, ha detto basta come avviene in ogni caso del genere: fino al prossimo basta. Onestamente non si può pretendere di più da sagome da sottogoverno tipo Abete (Federazione) e Petrucci (Coni), due “rieccoli” alla Andreotti più attrezzati a suscitare sonno che interesse. Ma abbarbicati al potere come mignatte, in un calcio che starà pieno di debiti ma è ancòra la sesta industria nazionale.
 In mezzo a tanti soldi, tutti allora fanno finta: chi si mette contro non obbedendo all’ordine di togliersi la maglia? Chi rifiuta rapporti con ultras che poi magari ti possono servire, mettiamo negli affari o in una campagna elettorale? Chi denuncia tentativi di combinare partite in un ambientino in cui puoi passare per infame? Li vediamo i calciatori nelle interviste, saranno troppo giovani per arrotondare un concetto, ma sembrano amebe in tatuatissimi corpi scolpiti: al massimo criticano l’arbitro. Ma mai una parola la cui intelligenza possa mettere a rischio la vagonata di milioni l’anno di ingaggio.
 RITRATTO DI PAESE NELLO STADIO Lo stesso questore di Genova non deve essersi accorto dei lacrimogeni e delle bombe carta, forse era al bar: altrimenti andava arrestato qualcuno. E la polizia in tenuta antisommossa che come le stelle è stata a guardare, ma si sa che la polizia negli stadi non vuole grane: se interviene le dicono assassini, se non interviene le dicono fifoni. Gli ultras, negli stadi non dovrebbero nemmeno entrare: perché quando sono entrati, possono innervosirsi se la squadra del cuore perde. Con un discorso a parte per tutti i razzisti, i nazifascisti, i malviventi che alla partita ci vanno anzitutto per menare un po’ di mani.
 Poi, siccome siamo in Italia, un Paese cattolico in cui un perdono non si nega a nessuno, meno che mai a chi ricade in peccato, c’è sempre un “cosa avranno fatto mai”. Così don Andrea Gallo, 84 anni, il sacerdote sempre a difesa degli ultimi e mai dei penultimi, ha detto che quella è gente disperata, che viene dall’alluvione di Genova, spesso senza lavoro: almeno vanno a fare casino allo stadio (dove anni fa ci fu il morto accoltellato). E l’ex sindaco, ex presidente della Regione, ex ministro Burlando si è complimentato perché non ci sono stati incidenti gravi: grazie Cobra. Così come tal Francesco Baccini, autore dell’inno genoano: in fondo non ci sono stati scontri e auto in fiamme. Il Cobra santo sùbito.
 Uno stadio è una piccola Italia. L’Italia in cui se denunci chi non paga le tasse sei un delatore. L’Italia in cui un ladro non è un ladro se ha rubato per il partito. L’Italia in cui un’attenuante non si nega neanche a chi ha strozzato la nonna. L’Italia in cui un condannato che fa politica prende pacche sulle spalle invece che calci nel sedere. Tutta l’Italia è un Paese che si toglie la maglietta. Davvero è ostinazione terapeutica prendersela con i tipi patibolari di certe curve calcistiche, sono solo dei passionali che vanno capiti.